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Dentro una tazzina di caffè c’è un mondo
(Agen Food) – Roma, 19 mag. di Massimiliano Cinque – Il caffè non smette mai di sorprenderci. Non solo perché ogni giorno, per i più curiosi e volenterosi, è possibile scoprire nuove miscele, nuove cultivar e nuovi modi di berlo — dalla classica moka alla cuccumella napoletana passando per la french press — ma anche e forse soprattutto perché la scienza continua ad aprirci mondi nuovi sui poteri e sulle proprietà che questa bevanda può offrire.
Nel mio ultimo articolo sul caffè parlavo dell’importanza che la bevanda potrebbe avere nella protezione dal declino cognitivo, tema studiato da un pool di ricercatori dell’università di Harvard.
Una decina di giorni fa, su una delle più importanti riviste scientifiche al mondo, Nature, è stata pubblicata una nuova ricerca dedicata proprio al consumo di caffè.
È risaputo come la fisiologia umana venga interessata dall’assunzione di caffeina. Questa volta, però, gli scienziati hanno studiato come il caffè possa intervenire su un sistema tanto citato quanto spesso difficile da spiegare: il cosiddetto asse microbiota–intestino–cervello.
L’intestino viene spesso definito un “secondo cervello” perché può influenzare sonno, stress, umore, percezione del dolore e numerosi altri processi. Uno dei principali protagonisti del suo funzionamento è il microbiota intestinale, ovvero quell’insieme di virus, batteri, funghi e altri microrganismi che, quando in equilibrio, facilitano funzioni come la digestione e la produzione di sostanze utili anche all’attività cerebrale. È proprio per questo che si parla di asse bidirezionale: intestino e cervello possono influenzarsi reciprocamente.
Lo studio, di tipo osservazionale — e quindi non progettato per chiarire nel dettaglio i meccanismi biologici alla base dei risultati ottenuti — ha suddiviso i partecipanti tra bevitori abituali di caffè e non bevitori, analizzando la composizione del microbiota intestinale e le differenze tra i due gruppi. Successivamente, i ricercatori hanno osservato cosa accadesse dopo un periodo di astinenza dal caffè e dopo la sua reintroduzione.
Tra i risultati principali emerge come i consumatori abituali di caffè presentassero differenze significative nella composizione del microbiota intestinale rispetto ai non bevitori. In particolare, risultavano più abbondanti alcune specie batteriche appartenenti ai generi Cryptobacterium ed Eggerthella, batteri associati a processi digestivi e deputati alla produzione di acidi biliari.
Parallelamente, nei bevitori di caffè sono stati rilevati livelli differenti di alcuni metaboliti intestinali, tra cui l’acido indolo-3-propionico, l’indolo-3-carbossialdeide e il GABA (acido γ-amminobutirrico), neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell’attività nervosa. I batteri citati, come Eggerthella, non si limitano a risiedere nell’intestino, ma agiscono come veri e propri laboratori chimici. Questi metabolizzano i componenti del caffè producendo acidi grassi a catena corta (SCFA) e derivati dell’indolo, come l’acido indolo-propionico (IPA). Quest’ultimo è un potente antiossidante che attraversa la barriera emato-encefalica, proteggendo i neuroni dallo stress ossidativo e spiegando perché i consumatori abituali mostrino una maggiore resilienza cognitiva rispetto a chi non ne beve affatto.
Sul piano comportamentale e cognitivo, lo studio riporta che i consumatori abituali mostrassero una maggiore impulsività e una più marcata reattività emotiva, mentre i non bevitori ottenevano risultati migliori nei test di memoria.
Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro riguarda la reversibilità di alcune modificazioni del metaboloma fecale dopo un periodo di astinenza dal caffè. Inoltre, la reintroduzione della bevanda ha determinato cambiamenti acuti del microbioma intestinale anche indipendentemente dalla caffeina, suggerendo come gli effetti osservati non siano attribuibili esclusivamente a quest’ultima.
Ed è forse proprio questo il dato più affascinante emerso dalla ricerca: il caffè continua a dimostrarsi una bevanda molto più complessa di quanto siamo abituati a pensare. Non soltanto gusto, ritualità o stimolo quotidiano, ma un insieme di composti capaci di dialogare con uno degli ecosistemi più sofisticati del nostro organismo. Una tazzina che, ancora una volta, sembra raccontare molto più di ciò che contiene.
