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Il cibo ultra-processato: sappiamo davvero cosa stiamo mangiando?

(Agen Food) – Roma, 05 sett. – di Laura Caldara – Entriamo al supermercato e, quasi senza accorgercene, iniziamo a leggere parole che ormai conosciamo a molto bene: “zero zuccheri”, “fonte di fibre”, “naturale”, “fit”.

Una confezione verde, qualche ingrediente ben fotografato, magari la promessa di più proteine o meno zuccheri e, in pochi secondi abbiamo già deciso: questo sì, sembra sano. Ma lo è davvero? È una domanda meno banale di quanto sembri, soprattutto perché negli ultimi anni il nostro modo di mangiare è molto cambiato. Snack, piatti pronti, bevande, cereali da colazione, barrette e prodotti confezionati sono diventati parte della quotidianità. Sono veloci, durano a lungo, si trovano ovunque e spesso risolvono un pasto quando tempo e voglia di cucinare scarseggiano.

Il problema, quindi, non è dichiarare guerra al cibo industriale. Il punto è capire quanto sappiamo davvero di ciò che compriamoe quanto, invece, ci lasciamo guidare da quello che la confezione ci suggerisce. Sugli alimenti ultra-processati la ricerca sta cercando risposte da tempo.

Una grande revisione pubblicata nel 2024 sul British Medical Journal ha riunito 45 meta-analisi, coinvolgendo complessivamente quasi 10 milioni di persone. In 32 dei 45 esiti considerati, un consumo maggiore di alimenti ultra-processati risultava associato a problemi di salute, tra cui malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, mortalità e alcuni disturbi legati alla salute mentale. Il dato colpisce, ma va raccontato senza trasformarlo in uno slogan.

Gran parte delle evidenze disponibili deriva infatti da studi osservazionali: individuare un’associazione non significa automaticamente dimostrare che un singolo fattore sia la causa. Anche un approfondimento del BMJ invita a non fermarsi alle semplificazioni e sottolinea la necessità di continuare a studiare il fenomeno.

In altre parole, “ultra-processato” non significa automaticamente “pericoloso”. E “naturale”, dall’altra parte, non significa automaticamente “salutare”. Forse questa è proprio la parte più interessante. Perché davanti allo scaffale raramente ragioniamo in termini scientifici. Vediamo una confezione e, la confezione ci suggerisce. “Ricco di proteine”, “senza zuccheri”, “fonte di fibre”, “light”.

Non sono necessariamente affermazioni ingannevoli: nell’Unione europea le indicazioni nutrizionali e sulla salute sono sottoposte a regole precise. Ma una cosa è ciò che un claim può legalmente affermare, un’altra è l’impressione complessiva che lascia a chi compra.

Se leggo “light” potrei pensare che l’intero prodotto sia automaticamente una scelta migliore. Se leggo “senza zuccheri aggiunti”, potrei smettere di chiedermi cos’altro contiene. È un meccanismo molto umano: troviamo un elemento positivo e finiamo per estenderlo al resto. E questo il mercato lo sa bene.

Basta osservare quanto spazio abbiano conquistato proteine, fibre, “free from” e altri richiami al benessere. L’Osservatorio Immagino di GS1 Italy analizza oltre 151 mila prodotti della grande distribuzione italiana proprio per capire come claim, ingredienti e caratteristiche nutrizionali stiano modificando l’offerta e le scelte dei consumatori.

A questo punto, però, sarebbe altrettanto sbagliato cadere nell’estremo opposto e pensare che tutto ciò che arriva dall’industria sia da evitare. La trasformazione alimentare ci ha dato prodotti più sicuri, conservabili e pratici. Chi torna a casa tardi, vive solo, studia, lavora su turni o semplicemente non ha tempo di cucinare può avere bisogno di un alimento pronto. La comodità non è un difetto morale. La questione è un’altra: quando la comodità smette di aiutarci e comincia a decidere quasi completamente come mangiamo?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a indicare come base di una dieta sana alimenti prevalentemente poco o minimamente processati, insieme a frutta, verdura, legumi, cereali integrali e fonti proteiche adeguate, limitando sale, zuccheri liberi e grassi saturi.

Niente di particolarmente spettacolare, in effetti. Ed è forse proprio questo il paradosso. Una mela non può scrivere “natural” sulla buccia,  un piatto di lenticchie non ha bisogno di chiamarsi “high protein”, un pomodoro non ha un reparto marketing. Uno snack sì. Questo non rende automaticamente migliore la mela o peggiore lo snack. Ci ricorda però che non scegliamo il cibo in uno spazio neutrale ma, scegliamo attratti dai colori, prezzi, pubblicità, posizionamento sugli scaffali, promesse di salute e prodotti studiati per essere pratici, piacevoli e riconoscibili.

Per questo forse dovremmo smettere di cercare cibi perfetti e iniziare a farci domande più semplici. Cosa sto comprando? Quanto spesso lo mangio? Perché l’ho scelto? Perché mi piace davvero o perché la confezione mi ha fatto pensare che fosse esattamente ciò di cui avevo bisogno?

Un biscotto può tranquillamente restare un biscotto. Non deve diventare un nemico. E una barretta proteica può tranquillamente essere una barretta proteica, non deve diventare automaticamente sinonimo di salute.

Forse la vera consapevolezza alimentare comincia proprio qui: non avere paura di quello che mangiamo, ma imparare a guardarlo con un po’ più di attenzione. Perché alla fine la domanda più interessante non riguarda soltanto gli alimenti ultra-processati, riguarda noi.

In un supermercato pieno di prodotti studiati per attirare la nostra attenzione, quanto delle nostre scelte nasce davvero da noi e quanto, invece, è già stato deciso prima ancora che allungassimo la mano verso lo scaffale?

Redazione Agenfood

Redazione Agenfood

Agen Food è la nuova agenzia di stampa, formata da professionisti nel campo dell’informazione e della comunicazione, incentrata esclusivamente su temi relativi al food, all’industria agroalimentare e al suo indotto, all’enogastronomia e al connesso mondo del turismo.

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