(Agen Food) - Roma 06 ago. - di Laura Caldara - Ci sono piatti che…

Il turismo gastronomico: viaggiamo per mangiare o mangiamo per raccontare il viaggio?
(Agen Food) – Roma, 21 lug. – di Laura Caldara -Un tempo si partiva soprattutto per visitare un monumento, una piazza, un museo o un paesaggio. Oggi, invece, sempre più persone scelgono una destinazione anche per quello che offre a tavola. Una trattoria nascosta, una cantina immersa tra le colline, una pizza mangiata a Napoli, un mercato storico, un corso di cucina o un ristorante prenotato con mesi di anticipo diventano spesso il motivo principale della partenza. Il cibo, insomma, non rappresenta più soltanto una tappa del viaggio, in molti casi è diventato il viaggio stesso.
Da qui nasce una riflessione: il turismo gastronomico nasce dal desiderio sincero di conoscere un territorio attraverso la sua cucina, ma rischia anche di trasformare le tradizioni locali in qualcosa da consumare rapidamente e da immortalare in una fotografia. È proprio qui che emerge il contrasto più interessante: esperienza o spettacolo? Territorio o contenuto? Autenticità o semplice consumo turistico?
Chi viaggia oggi non cerca soltanto un buon ristorante, vuole capire la storia che c’è dietro un piatto, si interessa all’origine di un vino, al produttore di un olio, alle ragioni per cui una pasta viene preparata in un certo modo o a ciò che rende unico un formaggio, una ricetta o un gesto tramandato nel tempo. Mangiare diventa così un modo per conoscere davvero un territorio, non solo attraverso ciò che si vede, ma anche attraverso ciò che si assapora. Questa non è soltanto un’impressione: è un fenomeno economico ben documentato.
Secondo FIPE-Confcommercio (https://www.fipe.it/2025/10/08/fipe-confcommercio-i-turisti-a-tavola-spendonooltre-23-miliardi-di-euro/), nel 2024 la spesa dei turisti italiani e stranieri nei servizi di ristorazione ha superato i 23 miliardi di euro, generando circa 11 miliardi di valore aggiunto in quasi 3.300 comuni turistici italiani. La ristorazione, quindi, non può più essere considerata un semplice servizio collegato al viaggio: è ormai uno degli elementi che rendono una destinazione davvero attrattiva. Questo dato racconta un cambiamento significativo. Il cibo non accompagna più il turismo: sempre più spesso è ciò che orienta la scelta della destinazione.
Lo conferma anche il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025 (https://www.federturismo.it/it/i-servizi/news/592-news/news-2025/21872-rapporto-sul-turismo-enogastronomico-italiano-2025-nel-2024-il-turismo-enogastronomico-e-cresciuto-del-9-rispetto-all-anno-precedente.html), curato da Roberta Garibaldi e ripreso da Federturismo. Nel 2024 il turismo enogastronomico è cresciuto del 9% rispetto all’anno precedente, raggiungendo un valore stimato di 12,6 miliardi di euro e incidendo per il 15% sulla spesa turistica complessiva del Paese. Inoltre, l’85% dei turisti stranieri afferma di voler tornare in Italia proprio per scoprire nuovi territori attraverso la loro cucina. Questo è probabilmente l’aspetto più interessante: chi sceglie un viaggio gastronomico non desidera semplicemente mangiare bene, cerca nel cibo una chiave per comprendere il territorio. Una degustazione in cantina, ad esempio, non significa soltanto assaporare un vino, significa conoscere il paesaggio, ascoltare la storia del produttore, capire il legame tra quella bottiglia e il luogo in cui nasce. Allo stesso modo, visitare un frantoio non vuol dire soltanto acquistare olio, ma entrare in contatto con la terra, con il ritmo delle stagioni e con una tradizione agricola che spesso attraversa intere generazioni. Anche un semplice piatto tipico racconta molto più di una ricetta: racconta una comunità, le sue abitudini e la sua identità. Ed è proprio qui che emerge il principale rischio. Quando il cibo diventa un’attrazione turistica, può perdere parte della sua profondità e trasformarsi in un prodotto confezionato. Tutto deve essere facilmente riconoscibile, prenotabile, fotografabile e raccontabile. Il mercato privilegia esperienze semplici da vendere: cooking class, food tour, degustazioni guidate, pranzi definiti “autentici”, visite ai produttori, tavoli panoramici e piatti diventati ormai simboli di un territorio. Di per sé non è un fenomeno negativo anzi, può creare occupazione, sostenere piccoli produttori, valorizzare territori meno conosciuti e contribuire alla tutela di tradizioni che rischierebbero di essere dimenticate. Tuttavia, quando una cucina locale viene ridotta a un semplice prodotto turistico, inevitabilmente qualcosa si perde.
Oggi il turista non cerca soltanto un sapore, cerca soprattutto la conferma di aver vissuto un’esperienza speciale. E, sempre più spesso, questa conferma passa attraverso una fotografia.
Il Rapporto 2025 evidenzia che il turista enogastronomico ha un profilo ben definito: è mediamente più giovane, più istruito e molto più digitale rispetto al turista tradizionale. Il 62% ha meno di 45 anni, il 71% possiede una laurea e il 68% utilizza piattaforme online per prenotare esperienze culinarie. Lo stesso studio mette inoltre in luce quanto i social network influenzino ormai le scelte di viaggio: il 74% dei turisti americani e il 61% di quelli francesi dichiarano di aver scelto una destinazione dopo aver visto contenuti dedicati alla cucina italiana, come riportato nella sintesi pubblicata da Federturismo (https://www.federturismo.it/it/i-servizi/news/592-news/news-2025/21872-rapporto-sul-turismo-enogastronomico-italiano-2025-nel-2024-il-turismo-enogastronomico-e-cresciuto-del-9-rispetto-all-anno-precedente.html).
A questo punto viene spontaneo porsi una domanda: viaggiamo davvero per mangiare oppure mangiamo soprattutto per raccontare il viaggio? Oggi un piatto non viene semplicemente assaggiato. Prima viene osservato, poi fotografato, condiviso sui social, archiviato nello smartphone e infine mostrato agli altri. In molti casi diventa un contenuto prima ancora di essere un’esperienza. Per questo una proposta gastronomica sembra dover funzionare non solo a tavola, ma anche sullo schermo: il tagliere curato nei minimi dettagli, il calice di vino al tramonto, la pasta tirata a mano, il mercato ricco di colori o il tavolo con vista sui vigneti devono essere autentici, ma allo stesso tempo abbastanza scenografici da risultare memorabili.
Il rischio è evidente: il territorio finisce per trasformarsi in una scenografia. Basta pensare a molte città d’arte. In alcuni centri storici la cucina locale rischia di diventare una versione semplificata di sé stessa. Si ritrovano sempre gli stessi piatti, gli stessi racconti e le stesse immagini. Le ricette vengono adattate per essere più immediate, più veloci da comprendere e più vicine ai gusti di un pubblico internazionale. Non si tratta necessariamente di una falsificazione della tradizione, ma di una sua semplificazione, pensata per essere facilmente riconoscibile da chi visita quel luogo per pochi giorni.
La forza della cucina italiana, invece, sta proprio nella sua straordinaria varietà. È una cucina regionale, legata alle famiglie, alle stagioni e alle differenze tra territori anche molto vicini. Nel 2025 l’UNESCO ha iscritto la “cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale” (https://ich.unesco.org/en/RL/italian-cooking-between-sustainability-and-biocultural-diversity-02093) nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Si tratta di un riconoscimento importante perché non valorizza soltanto i piatti più conosciuti, ma un intero patrimonio fatto di conoscenze, pratiche, stagionalità, rapporti con il territorio e tradizioni tramandate nel tempo.
Anche un riconoscimento di questo livello, però, può diventare ambiguo se viene utilizzato esclusivamente come uno strumento di promozione turistica. Tutelare una cultura gastronomica significa conservarne la complessità, non trasformarla in un’esposizione permanente pensata solo per i visitatori. Il turismo gastronomico dà il meglio di sé quando non si limita a consumare un territorio, ma prova davvero a comprenderlo. C’è una differenza sostanziale tra assaggiare una specialità solo perché è famosa e cercare di capire perché quella specialità sia nata proprio in quel luogo. Allo stesso modo, acquistare un prodotto tipico come semplice souvenir non è la stessa cosa che conoscere chi lo produce, ascoltarne la storia e comprendere il lavoro che c’è dietro. Anche una degustazione acquista un significato diverso quando permette di capire la fatica del lavoro agricolo, i costi di produzione, l’influenza del clima e tutto ciò che normalmente resta invisibile agli occhi del consumatore.
In questa prospettiva il cibo può rappresentare una forma di turismo più lenta, più consapevole e anche più intelligente. Può accompagnare i viaggiatori fuori dagli itinerari più frequentati, conducendoli nei borghi, nelle campagne, nelle aree interne, nelle piccole cantine a conduzione familiare o nei laboratori artigianali. Può distribuire ricchezza anche in territori che normalmente restano ai margini dei grandi flussi turistici e valorizzare luoghi che forse non possiedono monumenti celebri, ma custodiscono un patrimonio di conoscenze e tradizioni altrettanto prezioso. Il Rapporto 2025 evidenzia infatti una crescita dell’interesse verso esperienze più semplici, personalizzate e realmente autentiche. Sempre più viaggiatori scelgono incontri con chef e produttori, degustazioni in piccoli gruppi, comunità del gusto, wine club e cucine partecipate. Non si tratta soltanto di consumare un prodotto, ma di creare una relazione con chi quel prodotto lo realizza ogni giorno.
È proprio in questa direzione che il turismo gastronomico può esprimere il suo valore più autentico. Diventa davvero significativo quando non si limita a vendere una presunta “esperienza tipica”, ma favorisce un incontro reale tra chi arriva e chi vive quel territorio. Quando il produttore non è una semplice figura di contorno, ma il vero protagonista del racconto, quando il termine “autenticità” non viene utilizzato come uno slogan pubblicitario, ma rappresenta un impegno verso la tutela delle tradizioni e delle persone che le custodiscono.
Naturalmente il problema non è fotografare un piatto o condividere il proprio viaggio. Raccontare ciò che si vive è parte integrante dell’esperienza e oggi è anche un modo per conservare i ricordi. Il rischio nasce quando il racconto finisce per contare più dell’esperienza stessa. Se scegliamo una destinazione solo perché è diventata virale sui social, se prenotiamo un ristorante esclusivamente perché “viene bene in foto” oppure riduciamo la cucina di un territorio a pochi piatti considerati obbligatori, allora non stiamo davvero conoscendo quel luogo, lo stiamo semplicemente consumando.
Il turismo gastronomico, invece, può offrire qualcosa di molto più profondo. Può ricordarci che mangiare non significa soltanto nutrirsi, ma entrare in relazione con una terra, con la sua storia, con chi coltiva le materie prime, con chi cucina, con chi serve a tavola e con chi tramanda quei saperi da una generazione all’altra. Forse il viaggio gastronomico più riuscito non è quello che ci lascia soltanto una fotografia perfetta o un post da condividere, ma quello che continua a farci riflettere anche dopo il ritorno a casa. È quello che cambia il nostro modo di guardare un alimento, di apprezzarne l’origine e di comprendere il valore del lavoro che si nasconde dietro ogni piatto.
Alla fine, quindi, la domanda rimane aperta: quando scegliamo di partire per assaggiare un territorio, vogliamo davvero conoscerlo e lasciarci coinvolgere dalla sua identità oppure desideriamo soltanto portare con noi una storia affascinante da raccontare?
