(Agen Food) – Roma, 24 set. – di Pol.Cla. – Alcuni viticoltori del Lazio hanno intrapreso un percorso lungo trent’anni per recuperare la tradizione vinicola del vino Cècubo e riportarlo ai suoi antichi fasti.

Un vino raro e costoso già nell’antica civiltà romana, il Cècubo nasce in una zona ben precisa del Sud Pontino: tra Terracina e Formia, passando per Sperlonga, Fondi e Itri. 

L’origine del suo nome è antica e particolare. Durante la costruzione dell’attuale Via Appia, che collegava l’Urbe a Brindisi, Appio Claudio Cieco nel 312 a.C. venne a conoscenza delle eccellenze vinicole locali. Fu così che fu data la prima etichetta: Cècubo, il cieco che beve.

È dai vigneti di Abbuoto che il Cècubo ritorna, oggi, ai fasti imperiali con l’azienda Monti Cècubi nata a fine anni ’90 quando il notaio Antonio Schettino acquistò i terreni su una collina nel comune di Itri.

L’Abbuoto è stato iscritto al registro nazionale delle varietà di vite già nel 1970.  A bacca rossa, con grappolo di dimensioni medio-grandi e acino dalla buccia spessa e pruinosa, rischio medio di erosione genetica, rientra tra le varietà locali tutelate.

L’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio (Arsial) indica l’Abbuoto come l’uva con cui si produceva il vino Cècubo.

L’Azienda Monti Cècubi possiede 150 ettari di terreno che produce vino e olio. Grazie all’esperienza dell’enologa Chiara Fabietti, si sono recuperati i vitigni autoctoni locali uva serpe, Vipera, Abbuoto, Vermentino e, appunto, l’antico vino Cècubo, che viene prodotto con metodo biologico.

L’Abbuoto, così pregiato da ottenere, è stato premiato al Vinitaly, e con il punteggio di 91/100 gli è stato assegnato il premio 55StarWines.

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