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La Scuola dei giovani pastori, il progetto per riportare i ragazzi in montagna

Tempo lettura: 5 minuti

(Agen Food) – Roma, 23 feb. – di Giulia Ippolito – La scuola dei giovani pastori è una scuola non convenzionale, in cui le materie principali non sono letteratura, matematica, latino, ma gli studenti imparano come fare il latte, come si allevano gli animali, come si arano i campi.

“L’idea è maturata attraverso diverse tappe di un’intensa attività di interazione coi territori”, ci racconta la direttrice scientifica Daniela Storti. “Per agire serve conoscenza, ma non basta la conoscenza che si costruisce sui libri. Bisogna sporcarsi le mani e i piedi, interagire con gli attori sui territori per comprendere i problemi e costruire risposte e azioni adeguate.

Due i momenti principali di questa interazione: il lavoro con il comitato tecnico nell’ambito della Strategia Nazionale aree interne voluta dall’allora ministro Fabrizio Barca, lavoro che ci ha fatto capire che la pastorizia è parte della matrice culturale di questi territori, che le risorse agro-pastorali sono una ricchezza poco valorizzata e che rischiamo di perdere e che questo mestiere può essere, oggi, lo strumento per rivalutare luoghi dimenticati avviando un circuito economico e una rete di sostegno per chi decide di rimanere o stabilirsi qui.

Secondo l’indagine “Giovani Dentro” dedicata ai giovani delle aree interne, promossa dall’associazione Riabitare l’Italia e a cui il CREA ha partecipato insieme ad altri partner curando in particolare il tema dell’agricoltura e del rapporto con la natura, il 67% dei giovani (18-39 anni) vorrebbe rimanere nel territorio in cui vive.

I motivi principali che li spingono a rimanere sono l’ambiente naturale e la qualità della vita delle aree interne (79%). Nel campione, prevale una percezione della natura come ambiente incontaminato dove trovare il proprio equilibrio (59%).  Altri fattori importanti che spingono a restare sono la qualità delle relazioni sociali (65%) e i legami comunitari (68%).

C’è un interesse diffuso nei confronti dell’agricoltura. Per il 94% esiste almeno una motivazione utile per scegliere un lavoro agricolo; tra le principali la mancanza di valide alternative (9%), il desiderio di contatto con la natura (21%) e uno stile di vita semplice (13%), la continuazione di un’attività di famiglia (18%) e l’interesse personale (15%).

Grazie all’interazione con gli attori sui territori nell’ambito della fase qualitativa della ricerca abbiamo maturato una riflessione sull’esigenza di investire nel sostegno ai giovani con azioni di formazione specifica e accompagnamento coerenti con i loro bisogni. Da qui nasce l’idea di una Scuola per sostenere chi vuole rimanere o trasferirsi nelle aree interne e montane italiane avviando un percorso di allevatore e casaro. L’obiettivo della scuola è offrire un supporto a giovani davvero motivati per cominciare un percorso reale di vita legato alla pastorizia.”

Quali sono le materie della scuola e cosa si propone di insegnare ai giovani studenti?

Agli studenti nello specifico la Scuola offre formazione sia pratica che teorica su pascolo e allevamento in aree montane, caseificazione e trasformazione delle materie prime per le quali la Scuola gioverà del supporto di Agenform, altro partner del progetto. Sono previste degli approfondimenti online su varie tematiche (gestione dei pascoli, rapporto con gli animali selvatici, controllo qualità, HACCP) con la possibilità di confrontarsi con aziende e realtà del territorio.

Il supporto formativo offerto prende in considerazione non solo i contenuti tecnici e produttivi ma anche la capacità di lavorare insieme, condividere gli obiettivi, mettendo insieme le proprie forze per risolvere i problemi comuni. Lo facciamo adottando modelli di formazione innovativi che stimolino un senso di riconoscimento e autodeterminazione nei partecipanti. Il metodo didattico adottato è quello della peer education, in cui non figura il tradizionale rapporto gerarchico docente-allievo nelle aule.

Cosa spinge un giovane ad iscriversi alla Scuola? Quale tipologia di studenti vi trovate più spesso d’avanti?

Fra i partecipanti alla prima edizione la maggioranza delle partecipazioni è femminile e la media età degli studenti è stata di 28 anni.

La pastorizia per sopravvivere ha bisogno di essere raccontata proprio in quella città che ne ha ridotto gli spazi. La nostra scuola è un ponte per far comunicare due realtà: i nostri studenti, infatti, sono sia cittadini di metropoli che vogliono cambiare vita, sia gente che fa questo mestiere lo fa per tradizione. Insieme si ritrovano creando un melting pot straordinario. È questo il punto di forza della Scuola e il primo passo per costruire una rete sempre più grande. Il nostro obiettivo infatti è quello di creare una vera e propria community che non si esaurisce dopo la fine dei corsi e che convoglia gente con background differenti.

Tra i ragazzi c’è chi ha ereditato il mestiere della famiglia come Agnes Garrone in Valle Grana, che laureata in Linguistica ha abbinato l’interesse per la ricerca alla cura del suo gregge, sperimentando una convivenza non facile ma resa possibile dalla passione. Oppure Chiara Gasparotto, milanese, che dopo anni in giro per il mondo ha deciso di trasferirsi con la famiglia e i figli piccoli nelle Langhe, rivitalizzando una vecchia comunità abbandonata con la produzione di formaggi.

E ancora Desirèe Ferrero, trasferitasi in Val Susa, che ci ha raccontato la sua esperienza nella scuola:

“La scuola dei giovani pastori si basa sull’idea di riportare i giovani in montagna. Io ho partecipato alla prima edizione e, successivamente, mi sono trasferita in una borgata d’alta montagna e ho iniziato a lavorare per un’azienda vinicola. Da quando sono qui noto che la maggior parte dei “margari” sono adulti. Ci sono il nonno o il papà che portano avanti le aziende di famiglia, ma non il figlio che li aiuta. Il cliché legato alla montagna e alla pastorizia è che sia un luogo da persone poco istruite.

La scuola vuole dimostrare che queste attività, invece, sono imprescindibili per la società: non esiste il settore secondario e il terziario, senza il primario. La montagna è un posto difficile e nella scuola ho imparato il sacrificio e la pazienza che essa comporta. Inoltre, ho appreso la necessità di tornare a ripopolare le nostre valli. Dove vivo io, in Val Susa, è desolato, rispetto alla sovrappopolazione delle città.

Per lavorare nel settore primario, non ci si può aspettare un contratto da ufficio: bisogna costruirsi il proprio lavoro con pazienza. Aprire un’attività comporta persone in gamba, istruite e disposte ad imparare dai propri predecessori. La scuola è un’iniziativa importante per l’Italia perché insegna proprio la dedizione rispetto a questo tipo di lavori e spero davvero possa continuare”.

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