(Agen Food) - Roma 02 ago. - A volte basta un piccolo pezzo di terra…

Vibe: il primo listening bar del Lazio si trova nel cuore dei Castelli Romani
(Agen Food) – 20 Giu. – di Giulia Ippolito – Vibe è il primo listening bar del Lazio, dove la musica non è solo un sottofondo, ma una vera e propria dimensione che arricchisce l’esperienza. Piccolo ma accogliente, è il bar più intimo dei Castelli Romani, pensato per creare un’atmosfera unica, dove il buon bere si unisce a un’accurata selezione musicale.
Alla guida di questo progetto c’è Emanuele Grimieri, un professionista con un’esperienza consolidata nel settore, avendo lavorato come bar manager al Wunderkammer e all’Humo, due locali che hanno segnato la scena dei Castelli Romani.
Emanuele ha avuto anche la possibilità di lavorare in importanti strutture sia a Roma che all’estero, ma ciò che conta per lui è fare la differenza, non apparire. Il suo approccio si basa sul lavoro e sull’autenticità, sempre concentrato sul creare un ambiente dove le persone si sentano a loro agio, senza mai cercare il riflettore. Con Vibe, ha voluto portare un concetto nuovo, dove qualità e passione si fondono in un’esperienza che va oltre il semplice bere.
“Vibe” è il primo listening bar del Lazio: come ti è venuta l’idea di combinare musica e cultura in un modo così unico? Qual è l’esperienza che speri di regalare a chi entra nel tuo locale?
“Vibe è il primo listening bar nel Lazio e nei Castelli Romani. L’idea è nata circa un anno e mezzo fa, con l’obiettivo di creare una vera e propria community attraverso il mondo dell’ospitalità, e in particolare il bartending, unendo tutto ciò con un forte concetto musicale. La nostra missione, infatti, è far vivere emozioni uniche alle persone, risvegliando ricordi attraverso profumi e sapori. Ma non solo: anche la musica ha un potere simile, poiché può suscitare ricordi forti e personali. Ciò che sto cercando di fare, e che continuerò a fare, è proprio questo: attraverso i drink, nella maniera più semplice possibile, e grazie alla musica, offrire un’esperienza che sia unica e che le persone possano trovare solo ed esclusivamente all’interno della nostra struttura. Per quanto riguarda il mio ruolo, credo fermamente che il barista, il bartender, il bar manager o il proprietario di un locale non lavori mai per sé stesso, ma sempre e solo per gli altri. Quando ti trovi in un contesto come questo, il tuo compito principale è metterti al servizio degli altri. Non siamo medici che salvano vite o chirurghi che fanno operazioni a cuore aperto. Il nostro lavoro consiste nel preparare ottimi drink, divertirci, ma soprattutto far divertire gli altri. Il protagonista assoluto è il cliente. In parte, il nostro lavoro è anche ascoltare le persone, capire le loro esigenze e, spesso, svolgere un ruolo che va oltre il semplice servizio: quello di psicologo. Dobbiamo fare in modo che i clienti si sentano a loro agio, cercando di capire se c’è la predisposizione per instaurare un rapporto più personale, oppure se si tratta semplicemente di un’interazione più superficiale. Questo aspetto relazionale è fondamentale nel nostro lavoro”.

In che modo questa dimensione intima e raccolta influisce sull’atmosfera che vuoi creare? C’è qualche sfida che affronti nell’essere un piccolo locale?
“Vibe è un cocktail bar relativamente piccolo rispetto ad altre strutture nei Castelli Romani, ma questa scelta è voluta. Cercavo una location che fosse accogliente, in grado di far sentire ogni persona come a casa. Più un locale è piccolo e raccolto, più è facile gestirlo nel modo giusto per creare un ambiente dove le persone si sentano a loro agio. Nelle strutture grandi, spesso i clienti sono solo numeri, e questa è una cosa che non voglio assolutamente. A prescindere dalla dimensione del locale, cerco sempre di instaurare un rapporto con i miei clienti, sia che io sia il bar manager che il proprietario. Ogni persona ha una storia da raccontare, qualcosa da lasciare, e per me è importante cogliere questo aspetto. La bellezza di un locale piccolo, soprattutto quando curato nei minimi dettagli, è che ogni cosa ha un senso. Non è solo un ambiente dove ci si ferma per bere, ma c’è un concetto dietro tutto. Le persone lo percepiscono. Inoltre, in un locale così, hai la possibilità di conoscere ogni singolo cliente. Non vieni solo per bere, ma sai che qui puoi vivere un’esperienza diversa, con musica di qualità e drink preparati con cura. Ti metti nella condizione di conoscere gli altri frequentatori e, in qualche modo, di far parte di una vera comunità, una sorta di famiglia. Un locale piccolo ti permette anche di far sì che tutti i clienti si conoscano tra loro. Non è solo un numero, ma una relazione che si costruisce nel tempo, e da lì potrebbe nascere anche un’amicizia. Al contrario, nelle strutture grandi, dove tutto è più dispersivo, i clienti sono semplicemente un numero. In un piccolo locale, c’è un valore umano che non può essere replicato altrove, a meno che non si scelga un approccio autentico e intimo. Ma ci sono anche delle difficoltà. La gestione di una piccola realtà comporta inevitabilmente delle sfide, perché le grandi strutture sono imponenti, offrono più servizi e possono permettersi spettacoli e attrazioni che un piccolo locale non può. Tuttavia, quello che le grandi strutture non possono offrire è l’emozione genuina che una piccola realtà sa regalare. In un locale così, puoi vivere un’esperienza davvero indimenticabile, un qualcosa che ti resta dentro”.
Come descriveresti l’approccio che hai nella creazione dei cocktail di “Vibe”? C’è un cocktail signature che rappresenta veramente l’essenza del locale o che racconta una tua storia personale?
“Non c’è un drink specifico che rappresenti il nostro locale. Quello che veramente lo rappresenta è la semplicità, perché, alla fine, la semplicità vince sempre. Purtroppo, spesso accade che le persone, quando lavorano, tendano a mettersi troppo sotto i riflettori, ma in realtà non è questo l’approccio giusto. Dal punto di vista tecnico dei drink, è fondamentale continuare a studiare e ad aggiornarsi, per essere sempre preparati e offrire il meglio. Però, personalmente, mi piace puntare su qualcosa di semplice, che sia facilmente comprensibile e piacevole da bere. Non voglio mai mettere il cliente in difficoltà, e per questo evito drink troppo complessi, che spesso i colleghi creano con lavorazioni elaborate. Questi drink, se non ben spiegati, rischiano di risultare difficili da interpretare per il cliente, facendolo sentire fuori luogo. La cosa peggiore che possa accadere in un locale è fare sentire un cliente a disagio. La prima cosa che bisogna fare è farlo sentire a casa, come dicevo prima. E questo si ottiene solo attraverso la semplicità. La semplicità è un approccio che deve essere adottato in ogni aspetto del locale, e io l’ho scelto fin dall’inizio per Vibe, un anno e mezzo fa, in maniera autonoma. Poi, durante la preparazione e la gestione, è arrivato Alessio Papi, un bartender che avevo formato qualche anno fa e che voleva affrontare questa avventura con un approccio diverso. Abbiamo trovato un accordo e siamo partiti insieme, quindi non più da solo. Avere un partner rende tutto molto più facile, sia nel lavoro che nei rapporti umani. Per quanto riguarda l’approccio ai cocktail, sì, è sempre orientato sui grandi classici, ma se c’è una possibilità di reinterpretarli in modo che possano piacere di più al cliente, con la nostra esperienza, siamo sempre pronti a suggerire qualcosa di personalizzato.
La nostra drink list è molto semplice: si tratta di rivisitazioni di cocktail classici, ma sempre con molta discrezione, senza complicare troppo le cose. Inoltre, diamo molta libertà al cliente, basandoci sulle sue preferenze e gusti. Facciamo al massimo due o tre domande per personalizzare il drink in modo che si senta speciale e unico. L’obiettivo è che il cliente si senta sempre al centro, e che ogni drink sia pensato appositamente per lui o per lei”.
Qual è il percorso che ti ha portato a diventare proprietario di un bar, e c’è un momento specifico della tua carriera che ti ha fatto decidere di intraprendere questa strada?
“Non è il mio primo locale: questo è il terzo che apro, ma è il primo cocktail bar di cui sono proprietario. Ho sempre gestito strutture importanti, che facevano numeri consistenti, e ho ricoperto ruoli di responsabilità che mi permettevano di lavorare in totale autonomia. Tuttavia, quello che davvero desideravo era avere qualcosa di mio, senza dover rispondere a nessuno, dove poter portare avanti un mio concetto e una mia visione. La spinta principale per aprire il mio locale è proprio questa: quando sei manager di una struttura, capo barman o direttore, ti trovi a dover seguire un concetto che è già stato creato da qualcun altro. Quello che ti viene chiesto è di sposare quell’idea e portarla avanti. Io invece volevo creare qualcosa che fosse autenticamente mio, dove potessi esprimere pienamente la mia identità. Non si tratta tanto di essere proprietario di un locale, né di un fattore economico, quanto di avere la possibilità di raccontare la mia storia, di condividere chi sono attraverso una piccola realtà che ho costruito con le mie mani. In pratica, ciò che volevo era trasmettere la mia passione attraverso questo locale, e farlo in un modo che mi rappresentasse davvero”.
Vibe è diventato un punto di ritrovo per gli amanti della musica. Ci sono progetti futuri che hai in mente per espandere o evolvere l’esperienza che offri? Magari collaborazioni o eventi speciali?
“Vibe è un listening bar con un forte legame con la musica. Stiamo pianificando eventi con DJ di fama che hanno segnato la storia musicale, ma non voglio svelare troppo. Nel periodo estivo ci saranno grandi novità, anche con eventi esterni ai Castelli Romani, per coinvolgere un pubblico più ampio e unire qualità e quantità, sempre mantenendo il focus sulla musica e sul buon bere. Per quanto riguarda il mix in vinile, Vibe si ispira ai Kissaten giapponesi, locali degli anni ’50 e ’60 che mescolano caffè e musica in vinile. Non ho inventato nulla di nuovo, ma ho riportato questa tradizione adattandola al cocktail bar. Qui, invece di caffè, serviamo drink di qualità, ma il concetto di musica e socializzazione è lo stesso. Volevo portare un tocco di internazionalità in un piccolo contesto, come quello dei Castelli Romani, per differenziarmi da altri locali che offrono sempre le stesse cose. Siamo lontani dalla tradizione enogastronomica locale, puntando su un mix originale di food, beverage e musica”.
Ogni locale ha la sua “anima”. Se dovessi descrivere Vibe in tre parole, che parole sceglieresti e perché? Come pensi che il locale si distingua dagli altri in zona?
“Descrivere Vibe in tre parole? Io credo che il locale lo faccia chi ci lavora dentro. È la persona che rende un posto speciale, non il posto stesso. Quindi, piuttosto che descrivere il locale, bisognerebbe descrivere chi ci lavora. Descrivermi in tre parole? Onesto, leale e militare. L’onestà e la lealtà sono qualità che ripagano sempre, e l’essere “militare” significa essere preciso, minuzioso e portare avanti un progetto con determinazione. Sono tre aspetti che fanno la differenza nel mio lavoro e che trasferisco in ogni locale in cui opero. Il locale lo fa chi ci lavora. Quando ti connetti con una persona all’interno di una struttura, vedi come agisce, come crea un’atmosfera calda e accogliente. È quella magia che rende un posto memorabile. Può essere un luogo bellissimo, ma se manca quella “scintilla”, difficilmente rimarrà nella tua memoria. Solo una persona può creare quel legame che ti fa tornare, e lasciare un ricordo che non dimenticherai”.
