(Agen Food) – Venezia, 27 gen. – Le aziende agricole venete scommettono sull’orzo per la produzione di birra. La notizia della nascita in Polesine, a Loreo, della più grande malteria d’Italia, che dovrebbe aprire nel 2023 e produrre 40.000 tonnellate di malto da birra all’anno, sta inducendo molti agricoltori a seminare il cereale, che potrebbe aprire nuovi orizzonti. Anche per i frumenti c’è un clima di fiducia, legato alla scarsa produzione internazionale e ai contratti di filiera che stanno garantendo una redditività certa. Più incertezza, invece, per il mais, a causa degli alti costi di produzione.

A tracciare una panoramica è Chiara Dossi, nuovo presidente della sezione cereali alimentari di Confagricoltura Veneto. Titolare di un’azienda prevalentemente cerealicola ad Adria, in provincia di Rovigo, è un avvocato prestato all’agricoltura. Oltre a frequentare le aule del tribunale, una decina di anni fa ha dovuto anche prendere le redini dell’azienda agricola del marito Alfredo Gagliardo, mancato prematuramente. E oltre a grano, mais, soia e orzo, ha pure deciso di lanciarsi nella viticoltura, destinando due ettari a Pinot Grigio.

“Il 2022 sarà, secondo me, un’annata in cui molte aziende cominceranno con la produzione di orzo da birra – sottolinea -, un’opportunità per le aziende del Polesine, e non solo, in vista della nascita della nuova malteria. Io pure ho già avviato una semina sperimentale, dato che per questa coltivazione sembra sia in grado di adattarsi meglio ai cambiamenti climatici e, dati i suoi valori nutrizionali, è sempre più richiesto dal mercato. Le superfici in Veneto sono in aumento: nel 2020 si sono attestate a 19.050 ettari, con una crescita del 10% rispetto al 2019 che è stata ancora più marcata nelle province di Rovigo (+25,9%), Padova (+22,4%), Vicenza (+11,1%) e Verona (+7,5%)”.

Per quanto riguarda il mais, di cui il Veneto è il primo produttore in Italia con una superficie complessiva di 196.500 ettari, c’è incertezza sulle semine primaverili. “In questo momento si sta vendendo a 27 euro al quintale, un prezzo eccezionale che non si vedeva da anni – spiega Dossi -. Il problema sono gli altissimi costi dei concimi e del gasolio, che rischiano di vanificare la redditività. Se i prezzi poi scendessero, rischieremmo anche di chiudere in perdita. Dovremo valutare molti fattori per decidere se e quanto seminare, dalle condizioni climatiche al quadro internazionale”.

Per il grano, seminato in autunno, le prospettive sono buone. “Le piante stanno crescendo bene, anche se servirebbe un po’ di acqua perché è troppo tempo che non piove – chiarisce Dossi -. A livello commerciale, però, potremmo beneficiare della scarsa produzione straniera, dato che il Canada ha ridotto le esportazioni e ci sono poche scorte alimentari. Ciò che produrremo, quindi, sarà molto richiesto, anche perché la pandemia ha alzato la domanda di farine anche a uso casalingo. Molte aziende agricole venete, inoltre, sono indotte a coltivare grano grazie ai contratti di filiera con molteplici industrie alimentari, tra cui quelli con Barilla e, anche se l’impegno in questo caso è notevole perché parte dei terreni va destinata ai fiori per gli insetti impollinatori, c’è la garanzia di un reddito, oltre che di una sostenibilità ambientale. Io stessa ho aderito al progetto “Carta del mulino”, decalogo di agricoltura sostenibile pensato per offrire rifugio alle api e ad altri insetti impollinatori, oggi a rischio sopravvivenza a causa dei cambiamenti climatici”.

Per la coltivazione di frumento tenero il Veneto è secondo in Italia con 85.100 ettari, con prima provincia Rovigo seguita da Padova, Venezia e Verona. Meno consistente la superficie di frumento duro, che è di 10.200 ettari e vede sempre Rovigo capolista, con il 65% delle superfici coltivate a livello regionale.

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