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Un tacchino, una famiglia, un paese: il thanksgiving americano
(Agen Food) – Roma, 28 nov. – di Massimiliano Cinque – Per molti americani è un semplice giovedì. Per altri, è soltanto la vigilia del Black Friday, preannuncio di febbrili acquisti e sconti aggressivi. Per tutti gli altri — che poi sono i più veri, quelli che il cuore della nazione lo sentono pulsare nelle vene — il Giorno del Ringraziamento è la festa più intima e più sacra che gli Stati Uniti possano celebrare. Più del Natale, forse. O almeno così mi piace crederlo.
Il suo significato è candido, rettilineo, senza spiragli per ambiguità o sofismi: ringraziare. Ringraziare chi ci ha amati, chi ci ha sostenuti; ringraziare il buon raccolto, la famiglia, perfino la sorte — in un rito laico che, pure, nacque religioso. Bisogna tornare al 1621, quando i Padri Pellegrini del Plymouth — puritani forti nello spirito ma fragili nella terra nuova — conobbero un inverno rigido, cattivo, spietato. Il Nuovo Mondo, allora, non prometteva nulla: né pane, né salvezza. Fu la saggezza dei nativi Wampanoag a salvare i coloni: insegnarono loro come coltivare, come cacciare, come vivere. Così, dalla fame sfiorata, nacque un raccolto che profumava di miracolo. E per celebrare quel dono inatteso, tre anni dopo, nel 1623, William Bradford, Governatore, istituì un giovedì dedicato alla gratitudine.
Da allora, proclamazioni presidenziali hanno segnato i secoli del Ringraziamento: da George Washington ad Abraham Lincoln. Emblematica la voce solenne di Washington:
«Che il Popolo di questi Stati, riunito, possa offrire riconoscenza sincera e umile a quell’Essere grande e glorioso che è Autore di ogni bene».
E, tuttavia, il Ringraziamento americano vive soprattutto a tavola. È lì — dove le chiacchiere si fanno calde e il tempo rallenta — che pulsa la vera essenza della festa.
Il protagonista? Il tacchino. Ma non un tacchino qualunque: il tacchino del Ringraziamento. Autoctono del Nord America, abbondante nelle pianure e nei boschi, animale pragmatico come il sogno degli Stati Uniti. Allevare un tacchino non rubava latte, non privava di uova: nutriva senza togliere. E poi era grande, generoso, fatto per essere condiviso.
Fu una donna, la scrittrice Sarah Josepha Hale — instancabile nella sua battaglia per dare una tradizione al giovane Paese — a consacrarlo definitivamente come piatto simbolo della festa. E non basta arrostirlo: il tacchino vuole un ripieno. Un cuore aromatico, segreto. Ogni famiglia ha il proprio: pane o mais, castagne o salsiccia, mele o mirtilli, secondo il racconto privato di ogni stirpe. Ogni famiglia, si sa, ne è convinta: il tacchino migliore è il nostro.
E come in ogni tradizione americana che si rispetti, la competizione è inevitabile: gare casalinghe, sfide fra cuochi amatoriali, programmi televisivi in cui chef professionisti si affrontano in un duello di gravies e ripieni. Il più celebre? The Ultimate Thanksgiving Challenge.
Perché il Ringraziamento non è solo un tacchino. È l’intero paesaggio degli Stati Uniti che si siede a tavola, da Nord a Sud, da una Contea all’altra. Non esiste un menu canonico, solo una traccia fatta di ricordi, origini e incroci migratori. Il Novecento ha portato sul suolo americano milioni di cucine diverse: e il Ringraziamento le ha accolte tutte come una madre fa coi figli rientrati a casa.
Così, accanto al tacchino, compaiono i contorni che raccontano il territorio:
il purè di patate dolci, profumato di spezie; la salsa di mirtilli che porta al palato l’acidità dell’autunno; i timballi di carne, i macaroni and cheese; la torta di zucca che sa di cannella e di focolare. E negli Stati del Sud, il mais domina ancora: cornbread, ripieni dorati, sapori che parlano di campi ardenti e di memorie lente.
Le famiglie si ritrovano intorno al tavolo come attorno a un piccolo altare domestico. Ore trascorse a raccontarsi storie antiche e nuove, a ridere degli aneddoti che non invecchiano mai, a guardare lo sport in televisione con quella complicità che solo il tempo sa cucire. Perché, nel Giorno del Ringraziamento, tutto — assolutamente tutto — è pensato per celebrare la gioia di stare insieme: madri e padri, figli e nonni, amici che diventano parenti per un giorno.
E allora sì: buona festa del Ringraziamento.
