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Terracina – Napoli A/R: successo per il “Quattro mani” di Seguire le Botti
(Agen Food) – Roma, 26 feb. – Terracina e Napoli, Agro Pontino e Golfo partenopeo. Due geografie diverse, un sentire comune. Lo scorso 23 febbraio, la cucina di Seguire le Botti, agriturismo con ristorante gourmand di Cantina Sant’Andrea, ha accolto lo chef Paolo Barrale, una stella Michelin con il ristorante ARIA di Napoli (progetto firmato dal Gruppo J.Co.), per una cena a quattro mani insieme allo chef resident Pasquale Minciguerra.
Un incontro nato da una stima profonda e da una visione condivisa di cucina: essenziale ma mai semplice, tecnica ma profondamente emotiva, capace di partire dalle radici meridionali per arrivare a un linguaggio personale, contemporaneo e riconoscibile. Per Minciguerra il lavoro di Barrale rappresenta da tempo una fonte di ispirazione: rigore, pulizia del gusto, rispetto assoluto della materia prima e una sensibilità che mette al centro il prodotto senza mai sovraccaricarlo. Per Barrale l’invito a Terracina è stata l’occasione per confrontarsi con una cucina che dialoga quotidianamente con la terra, con l’orto, con il ritmo agricolo e con l’identità laziale.
La serata si è aperta con il “Benvenuto degli Chef”, sei creazioni dalla cucina pensate come il primo passo di un viaggio ideale tra Terracina e Napoli, un dialogo fatto di assaggi, rimandi e ritorni. L’itinerario ha preso forma negli antipasti: da un lato Broccoletti, mozzarella e acciughe di Minciguerra, racconto di un Sud istintivo e vegetale, in equilibrio tra terra e mare; dall’altro il Coniglio all’ischitana ARIA di Barrale, che ha portato in tavola la memoria campana con una cifra concreta e divertente, fedele alla tradizione ma riletta con sensibilità contemporanea, che non snatura il suo concetto di cucina territoriale. Il viaggio prosegue a Napoli con il primo piatto firmato Barrale, Riso, latticello, paprika affumicata e lime, espressione di una ricerca tecnica raffinata, giocata su contrasti acidi e affumicati che sorprendono senza mai perdere armonia. Il ritorno a Terracina è arrivato con il secondo piatto di Minciguerra, Maiale Mangalica al “Capitolium”, passatina di cipolle, cacio Ercole e arancia amara, uno dei momenti più intensi della cena: una sintesi tra territorio laziale, stratificazione gustativa e sensibilità profonda e raffinata dello chef. Il finale dolce ha suggellato questo viaggio di andata e ritorno grazie al lavoro del pastry chef Andrea Amato, con una sequenza coerente e narrativa: dalla Mousse al limone alla Ricotta di bufala, kiwi e grappa Sogno, dessert che ha chiuso idealmente il cerchio tra cucina, territorio e cantina.
Ogni portata è stata accompagnata da un wine pairing di alcune delle più identitarie etichette Acquerelli di Cantina Sant’Andrea. Dalla bollicina Oppidum Brut, espressione festosa del Moscato di Terracina, al 253 Giorni, Vermentino che celebra con slancio aromatico il mare di Sabaudia; poi l’eleganza profonda del Sogno 2014, doppia magnum dalla riserva di famiglia, capace di dare ritmo e struttura al percorso, fino alla chiusura con il passito e la grappa della cantina. Un accompagnamento pensato non per sovrastare, ma per dialogare con i piatti, assecondandone sfumature e intensità con naturalezza, per far assaporare a tutti quella socialità e condivisione che solo il vino sa regalare.
“Questa cena nasce da una visione comune del fare cucina» racconta Pasquale Minciguerra, «una cucina che parte dalle origini, le rispetta e le porta avanti con consapevolezza”. Una visione condivisa anche dal patron Andrea Pandolfo, che sottolinea come “incontri come questo raccontino il Sud senza stereotipi, attraverso tecnica, identità e profondità”. A fare eco è lo chef Paolo Barrale, che commenta: “Quando ci si riconosce nel modo di lavorare, nel rispetto per la materia e nel valore del tempo, la cucina diventa un luogo di appartenenza. In serate come questa non si è ospiti: si allarga la famiglia”.
Una cena a quattro mani che non è stata solo un evento, ma un vero de proprio confronto tra due percorsi affini, diversi per geografia, ma uniti da una stessa idea di cucina come racconto, gesto e appartenenza. Un dialogo che il pubblico ha saputo cogliere e restituire con entusiasmo, accogliendo in sala gli chef e la brigata con un applauso lungo e spontaneo, suggello finale di una serata che ha saputo creare una complicità rara tra chi cucina e chi si siede a tavola.
