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Il cibo non ha più stagioni. Ma a quale prezzo?
(Agen Food) – Roma, 16 ott. – di Laura Caldara – C’è una cosa che ormai facciamo senza pensarci: entriamo al supermercato e compriamo quello che ci va. Fragole a dicembre? Ci sono, pomodori a febbraio? anche. Zucchine, melanzane, frutti che fino a qualche anno fa associavamo a un preciso momento dell’anno. Li mettiamo nel carrello, paghiamo e torniamo a casa. Eppure, se ci pensiamo, qualcosa è cambiato.
C’era un tempo in cui le prime ciliegie erano una piccola notizia. Le aspettavi, le vedevi comparire sui banchi del mercato e capivi che l’estate si stava avvicinando. I mandarini avevano il profumo dell’inverno, le castagne annunciavano l’autunno. Ogni stagione aveva i suoi sapori, ogni sapore aveva un momento preciso.
Oggi quel calendario sembra essersi confuso e questo non è necessariamente un male. Possiamo mangiare alimenti che prima erano difficili da trovare, abbiamo più scelta e una distribuzione capace di portarci prodotti da luoghi lontanissimi.
Ma una domanda viene spontanea: quanto costa avere tutto, sempre?E non parlo soltanto di soldi.Prendiamo proprio le fragole.Le troviamo in pieno inverno, belle, rosse, ordinate nella loro confezione ma, raramente ci fermiamo a pensare al viaggio che hanno fatto.Magari arrivano da una zona dove il clima è più mite, oppure sono cresciute in serra. In altri casi hanno attraversato Paesi prima di arrivare sul nostro tavolo.Non tutte queste situazioni hanno lo stesso impatto ambientale.
E qui arriva una sorpresa: comprare un prodotto coltivato vicino a casa non significa automaticamente scegliere quello più sostenibile.
Come spiegano le analisi di Our World in Data, il trasporto è soltanto una parte dell’impatto climatico del cibo. In molti casi conta di più come un alimento viene prodotto. Pensiamo a un pomodoro coltivato in una serra riscaldata artificialmente durante l’inverno. Potrebbe richiedere più energia di uno cresciuto in un territorio dal clima favorevole e poi trasportato fino a noi. Non è una regola valida per ogni prodotto. È proprio questo il punto: la realtà è più complicata delle etichette che ci piace usare.
Anche il mezzo di trasporto fa la differenza. Un prodotto che arriva in aereo non ha lo stesso impatto di uno trasportato via nave, come mostrano i dati sui trasporti alimentari. Forse, allora, oltre a domandarci da dove arriva un alimento, dovremmo iniziare a chiederci che cosa è stato necessario fare per averlo proprio in quel momento dell’anno.
C’è però un aspetto di questa storia che nessun dato riesce a raccontare fino in fondo.Il ricordo di un sapore.Pensate alla prima pesca mangiata d’estate, a quando qualcuno tornava dal mercato con un sacchetto di ciliegie, o al profumo delle arance appena sbucciate in una giornata fredda.Erano gesti semplici. Nessuno li considerava particolarmente rilevanti.Eppure oggi, ripensandoci, ci accorgiamo che quei sapori erano legati a qualcosa di più emotivamente grande.Alle vacanze, alla casa dei nonni, alle domeniche in famiglia, a un periodo dell’anno che aspettavamo.Non era soltanto cibo.Era un modo di riconoscere il tempo che passava.
Oggi possiamo comprare quasi tutto quando vogliamo, ma forse proprio questa possibilità ha reso alcuni alimenti meno speciali.
Se le fragole ci sono sempre, che cosa annunciano ancora?Attenzione, però: non si tratta di dire che prima fosse tutto migliore. La possibilità di conservare, coltivare e trasportare alimenti ha migliorato la disponibilità di cibo e ampliato le nostre scelte. E la stagionalità stessa non è così semplice come sembra: un frutto può essere fuori stagione in Italia e trovarsi nel pieno della sua stagione nel Paese in cui viene coltivato.
Il problema non è comprare una fragola a dicembre. È non sapere più nulla della sua storia. Siamo diventati consumatori attenti a tanti dettagli. Leggiamo le etichette, cerchiamo prodotti biologici, confrontiamo prezzi, controlliamo ingredienti e provenienza. Eppure non sempre sapremmo dire quali ortaggi crescono naturalmente nel mese in cui ci troviamo.
Sembra una contraddizione, ma forse non lo è. Per anni ci siamo abituati a considerare la disponibilità continua come un vantaggio. Se qualcosa manca, ci sembra quasi un disservizio. Ma la natura non funziona come uno scaffale che deve essere sempre pieno. Ha tempi diversi e quei tempi, per secoli, hanno influenzato le nostre ricette, le abitudini familiari e perfino le feste.
La FAO, nei suoi approfondimenti sulle diete sostenibili e sulla biodiversità, ricorda quanto l’alimentazione sia legata anche alla cultura, ai territori e alla varietà delle produzioni agricole. Forse recuperare il rapporto con le stagioni significa anche questo: non perdere il legame tra ciò che mangiamo e il luogo in cui viviamo.
Non serve cambiare radicalmente le nostre abitudini. A volte basta andare al mercato e chiedere cosa sia arrivato di fresco. Scegliere un ingrediente che non compravamo da tempo, rispolverare una ricetta di famiglia che si preparava soltanto in un determinato periodo. Piccole cose ma, capaci di restituire al cibo qualcosa che abbiamo quasi dimenticato: l’attesa.
Siamo abituati a pensare al lusso alimentare come a qualcosa di raro, costoso, esclusivo. Un ingrediente ricercato, un ristorante famoso, un prodotto che arriva dall’altra parte del mondo. E se invece il lusso fosse poter riconoscere il momento giusto per assaporare qualcosa?Mangiare la prima ciliegia quando finalmente arriva, aspettare i fichi di fine estate, ritrovare le castagne quando l’aria comincia a cambiare. Non perché siano necessariamente più buoni in ogni circostanza, ma perché tornano a raccontarci qualcosa.
La modernità ci ha dato la possibilità di avere quasi tutto. Non dobbiamo rinunciarci, potremmo, però, imparare a non considerare scontata questa abbondanza. Perché quando tutto è sempre disponibile, rischiamo di non accorgerci più di quando qualcosa è davvero arrivato.
E allora mi viene da chiedermi: abbiamo conquistato la libertà di mangiare ciò che vogliamo in qualsiasi momento, oppure, senza rendercene conto, abbiamo perso uno dei piaceri più semplici della tavola: quello di aspettare?
