(Agen Food) – Roma, 02 ott. - Nel 2004, Piero Incisa della Rocchetta ha deciso…

Chateau d’Yquem la storia nel bicchiere – parte 2
(Agen Food) – Roma, 27 ago. – di Massimiliano Cinque – Ci eravamo lasciati lì, alla lunga fase di affinamento, prima in botte, poi in bottiglia. Una pausa silenziosa, necessaria, che consente allo Yquem di prepararsi con calma al mondo. Perché sì, lo Yquem non viene mai semplicemente “pronto”: viene, semmai, reso disponibile.
E anche allora, non è un vino da bere, ma da ascoltare.
Con lui, la bottiglia non è contenitore, ma clessidra: il vino riposa, evolve, si trasforma e diventa osservatore del tempo che passa.
E il tempo, per lo Yquem, non è una cornice esterna, ma una parte della sua stessa anima.
La storia dello château, d’altronde, è un romanzo ininterrotto di secoli.
Le sue fondamenta risalgono al XII secolo, quando, dall’alto della collina, dominava la valle del Ciron come una silenziosa sentinella.
All’epoca era poco più di un fortilizio, un avanposto di controllo strategico, tanto importante da attraversare intatto le dominazioni che si susseguirono.
Nel 1453, quando si chiuse la Guerra dei Cent’Anni e la Francia riprese il controllo dell’Aquitania, il castello passò dai duchi inglesi alla corona francese, sotto il regno di Carlo VII.
Ma fu più di un secolo dopo, l’8 dicembre 1593, che un nome cominciò a legarsi davvero a questa terra: Jacques Sauvage, già sindaco di Bordeaux, uomo colto e intraprendente, divenne l’inquilino del castello.
Non si limitò ad abitarlo: lo trasformò, lo ricostruì, e cominciò a intuirne il potenziale agricolo e vitivinicolo.
Il passo decisivo arrivò nel 1711, quando il suo discendente, Léon de Sauvage d’Yquem, ne acquistò finalmente la piena proprietà, conferendo al castello l’aspetto architettonico che conserva ancora oggi: elegante, misurato, in perfetto equilibrio con la campagna che lo circonda.
La storia della tenuta, però, non è fatta solo di mattoni e pietra, ma soprattutto di viti, mosto e vendemmie.
Un’ultima nota va dedicata a quel nome, “Sur Saluces”, che compare ancora oggi sull’etichetta, come una firma antica.
Lo si deve a Françoise Joséphine de Sauvage d’Yquem, ultima discendente del casato, che il 6 giugno 1758 andò in sposa al colonnello Louis-Amédée de Lur-Saluces.
Purtroppo, la felicità durò poco: il colonnello morì prematuramente, lasciando a Françoise la gestione della tenuta. E fu proprio lei, come accadde anche ad altre grandi vedove del vino, a segnare un’epoca.
Sotto la sua guida illuminata, lo Château d’Yquem conquistò il mondo, raffinando tecniche di raccolta, elevando la reputazione della tenuta a simbolo assoluto di eccellenza.
Nel XVIII secolo, però, il vino di Yquem non era ancora il nettare dorato che conosciamo oggi. Era un vino bianco abboccato, intenso e profondo, ma non ancora “dolce” nel senso moderno.
Le vendemmie erano tardive, spinte fino a fine novembre, con uve mature fino allo stremo, concentrate dal tempo, dal sole e dalla pazienza contadina.
Tra i molti estimatori illustri dello Château d’Yquem, uno spicca per distanza, cultura e destino: Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, raffinato uomo di lettere e di vigna.
Durante il suo incarico diplomatico in Francia, alla fine del XVIII secolo, venne a conoscenza di questo vino straordinario grazie a un gesto di cortesia del conte Lur-Saluces, che volle inviare alcune bottiglie, affinché la giovane America potesse conoscere l’antica nobiltà del Sauternes. Jefferson, da vero gentiluomo, rispose con gratitudine, ma la sua lettera arrivò troppo tardi: il conte era già scomparso.
In quelle righe scriveva con entusiasmo che il vino era stato molto apprezzato, e aggiungeva, quasi come nota pratica e affettuosa: “Il Presidente Washington desidera ordinare 30 dozzine. Io, più modestamente, ne desidero 12.” Una richiesta che, letta oggi, ha quasi il sapore di un trattato diplomatico basato non su inchiostro e sigilli, ma su aroma, dolcezza e bellezza liquida.
Fu proprio a cavallo dell’Ottocento che lo Yquem cominciò a prendere la forma moderna che conosciamo.
In quel periodo fu introdotta la pratica della selezione minuziosa dei singoli acini attaccati dalla muffa nobile, una tecnica allora avanguardistica, ispirata dalle grandi scuole enologiche della Renania (con la Trockenbeerenauslese) e dell’Ungheria, con il leggendario Tokaji.
Ma fu nel 1855, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi, che arrivò la consacrazione definitiva: lo Château d’Yquem fu insignito del titolo di Premier Cru Supérieur, unica tenuta di Sauternes a riceverlo.
Un sigillo d’oro, che ancora oggi nessun altro ha mai eguagliato. La fama di Yquem si estese fino alle corti imperiali: il Granduca Costantino di Russia, fratello dello zar Alessandro II, acquistò una botte intera dell’annata 1847, una delle più celebri di sempre, per la somma favolosa di 20.000 franchi d’oro. Un gesto che oggi potremmo chiamare collezionismo, ma che allora era omaggio alla perfezione liquida.
La reputazione dei Sauternes crebbe, e con essa, purtroppo, anche il rischio di imitazioni, frodi, scorciatoie.
Fu così che, nei primi decenni del Novecento, nacque un movimento di tutela e orgoglio agricolo, guidato da Bertrand de Lur-Saluces: una figura centrale nella difesa dell’autenticità.
La sua lotta culminò nella creazione della Appellation d’Origine Contrôlée (AOC), un riconoscimento giuridico, ma anche poetico, che protegge la verità della terra e la trasmette intatta nella bottiglia.
E ora, il quadro è completo.
Lo Château d’Yquem non è solo un vino. È una narrazione liquida, un racconto di secoli che si rinnova ad ogni sorso.
Un piccolo miracolo in cui la storia, il tempo, la terra e l’uomo si stringono come in una danza silenziosa, e si lasciano bere, goccia dopo goccia.
