(Agen Food) - Roma 02 ago. - A volte basta un piccolo pezzo di terra…

La qualità nasce dal suolo: il futuro dei foraggi italiani tra innovazione e sostenibilità
(Agen Food) – Roma, 03 lug. – di Giordana Oddi – Quando si parla di qualità agroalimentare si pensa spesso al prodotto finito: un formaggio, un latte d’eccellenza, una carne o un salume che raccontano il territorio italiano. Più raramente ci si sofferma su ciò che viene prima, su quel percorso che inizia nel terreno e che, passando attraverso l’alimentazione animale, determina le caratteristiche nutrizionali degli alimenti che arrivano sulle nostre tavole.
È proprio questa la prospettiva che emerge dialogando con Gian Luca Bagnara, presidente di AIFE – Associazione Italiana Foraggi Essiccati. Una visione che ribalta il punto di osservazione tradizionale: la qualità non nasce nello stabilimento, né tantomeno nel piatto del consumatore, ma nel suolo.

Oggi l’Italia è il secondo produttore europeo di foraggi essiccati dopo la Spagna e il comparto sta vivendo una fase di profonda evoluzione. Un cambiamento che ha trasformato un settore un tempo legato ai sostegni comunitari in una filiera capace di competere sui mercati internazionali grazie a ricerca, innovazione e sostenibilità.
Presidente Bagnara, partiamo da AIFE. Qual è oggi il ruolo dell’Associazione nella filiera dei foraggi essiccati e come è cambiato rispetto alle origini del 1958?
«Fino al 2012 il nostro settore era sostenuto da una politica comunitaria specifica per i foraggi disidratati. Il ruolo dell’associazione era soprattutto quello di interfaccia con le istituzioni, tra Roma e Bruxelles, per la gestione normativa e amministrativa della filiera.
Quando quel sistema è terminato molti pensavano che il comparto non avesse più prospettive. Qualcuno arrivò addirittura a ipotizzare una sorta di rottamazione delle aziende.
In realtà abbiamo scelto un’altra strada. Abbiamo iniziato a valorizzare ciò che rende unico il nostro prodotto: sicurezza alimentare, qualità, possibilità di conservazione e trasporto. Da lì è iniziata una nuova fase, orientata al mercato e all’internazionalizzazione.
Oggi lavoriamo insieme al Ministero dell’Agricoltura, al Ministero della Salute e alla Farnesina per sviluppare nuovi mercati e rafforzare la presenza italiana all’estero. Il nostro lavoro è cambiato completamente: non andiamo più solo a chiedere risorse, ma a costruire mercati insieme alle istituzioni e alle imprese e soprattutto portiamo le delegazioni straniere a vedere le aziende, i campi, la trasformazione. Quando si osserva la filiera dal vivo, il valore del sistema italiano diventa evidente.»

L’Italia è il secondo produttore europeo dopo la Spagna: quali sono oggi i punti di forza del sistema italiano e dove esistono margini di crescita?
«Negli ultimi anni il settore è cresciuto moltissimo. Siamo passati da un comparto che temeva di non avere futuro a una filiera che investe in innovazione, qualità e ricerca.
Oggi le aziende non chiedono più assistenza, ma strumenti per migliorare produttività, rese e gestione dei cambiamenti climatici.
Il vero nodo, però, è un altro: ricostruire il rapporto tra agricoltura e zootecnia. Negli ultimi trent’anni questi due mondi si sono separati, ma è una separazione innaturale. L’agricoltura ha bisogno della sostanza organica degli allevamenti per mantenere fertili i suoli, mentre la zootecnia dipende ancora troppo dalle importazioni di materie prime come mais e soia. Ricollegare queste due filiere significa rendere il sistema più stabile e meno esposto ai mercati internazionali.»
Nei vostri materiali emerge molto il tema della sostenibilità: in che modo la produzione di foraggi essiccati e di erba medica contribuisce concretamente alla riduzione delle emissioni?
«L’erba medica è sempre stata una coltura fondamentale nelle rotazioni agrarie perché migliora il suolo, aumenta la biodiversità e fissa naturalmente l’azoto.
Negli ultimi anni abbiamo avviato anche studi per misurare l’impronta carbonica della filiera. Anche considerando il processo di essiccazione, il bilancio complessivo è molto contenuto. Se confrontiamo la nostra produzione con una fonte proteica come la soia importata dal Brasile, il rapporto in termini di emissioni è di circa uno a cinquanta.
Questo oggi rappresenta un elemento competitivo importante, soprattutto nei mercati asiatici, dove la sostenibilità è diventata un criterio centrale di scelta.»
Quali sono i controlli e le innovazioni tecnologiche più rilevanti che oggi garantiscono standard elevati lungo la filiera?
«Oggi la qualità si costruisce già in campo. Non si punta più alla quantità, ma all’equilibrio tra proteine e fibre.
Anche gli stabilimenti sono evoluti: sono certificati e utilizzano sistemi come il NIR per controllare in tempo reale il contenuto nutrizionale del prodotto.
Parallelamente è cambiata anche la meccanizzazione agricola, che oggi consente lavorazioni più delicate, minori consumi energetici e una qualità finale più elevata.»

Guardando al futuro, tra agricoltura di precisione, innovazione e cambiamenti climatici, quali sono le sfide principali del settore?
«Il cambiamento climatico sta modificando profondamente le produzioni. Le estati sempre più calde stanno spingendo molte aziende a diversificare e a investire anche nella produzione di sementi.
Molti operatori del settore sono diventati anche produttori di seme, integrando così la filiera e migliorandone la tracciabilità.
Un altro passaggio importante riguarda il rapporto con gli agricoltori: stiamo passando da semplici contratti commerciali a forme di collaborazione più strutturate sulla gestione del suolo e delle rotazioni, con l’obiettivo di stabilizzare le rese e migliorare la qualità dei terreni.»
L’innovazione, quindi, non riguarda soltanto macchinari più efficienti o nuove tecniche produttive, ma anche un diverso modo di pensare la filiera: più integrata, più circolare e capace di mettere in relazione il lavoro degli agricoltori, quello degli allevatori e la qualità nutrizionale degli alimenti.
Non è un caso che proprio questo approccio abbia suscitato l’interesse anche al di fuori del settore agricolo. Bagnara racconta infatti che AIFE è stata invitata a intervenire al prossimo congresso dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI), la società scientifica che riunisce gli specialisti della nutrizione umana.
Un riconoscimento significativo, perché testimonia come oggi la riflessione sulla qualità degli alimenti non possa più limitarsi al prodotto finale, ma debba partire dalla salute del suolo, dalla gestione delle colture e dall’alimentazione degli animali.

«Per anni abbiamo ragionato dalla bocca dell’animale in avanti», osserva il presidente. «Oggi stiamo capendo che il vero punto di partenza è il terreno. La qualità di ciò che mangiamo nasce lì.»
È forse questa la sfida più importante che attende il comparto dei foraggi essiccati: dimostrare che sostenibilità, innovazione e sicurezza alimentare non sono concetti separati, ma tasselli di un’unica filiera che, partendo dalla terra, arriva fino alla tavola.
