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Tenuta Palmeri, esperienza internazionale nell’incanto del Val di Noto, Nora: vini biologici, cultura, arte e turismo, la nostra forza
(Agen Food) – Avola (Sr), 28 ott. – di Olga Iembo – E’ stata la bellezza ammaliatrice della terra di Sicilia a trascinare via dalla Svizzera nel 2002 Erika e Ueli Breitschmid-Heiniger, fino a che nel 2002 è arrivato il momento di fondare Tenuta Palmeri, che di lì a poco diventerà l’unica cantina con vigneti e produzione propria situata ad Avola, su un territorio storicamente vocato al celebre vitigno, in una tradizione millenaria che affonda le radici nell’epoca greca. Un luogo il cui carattere indomito e allo stesso tempo incantato del territorio si riversa in ogni cosa, in ogni paesaggio, in ogni sapore, profumo e odore, e si ritrova allo stesso modo in questa Tenuta che si presenta come un piccolo mondo variegato e pieno di esperienze appaganti.

Expertise internazionale e passione autenticamente siciliana si mescolano in una realtà composita, dove vino, tradizioni culinarie, accoglienza, turismo, arte, e cultura coesistono nel rispetto sacrale di territorio, natura e tradizioni, ma con un’attitudine innovativa e orientata al futuro, oggi tradotta in realtà dall’impostazione di Nora Breitschmid, “guida operativa” di Tenuta Palmeri.
Erede naturale di suo padre, Nora porta avanti una storia iniziata in quel lontano 2002 quando i coniugi Breitschmid-Heiniger acquistano il sito di Palmeri, continuando la tradizione familiare della viticoltura biologica, già praticata con successo in Svizzera (e successivamente anche in Sagna). E’ il 2005 quando vengono piantate le prime viti su 4,5 ettari di terreno e, contemporaneamente, inizia il restauro di alcuni edifici minori della Tenuta e la costruzione della nuova cantina. Dal 2009 parte la produzione del vino nella Tenuta Palmeri dove continuano a crescere anche olive, arance, mandorle, limoni e melograni e vengono raccolti in piccole quantità ogni anno. Nel 2015 il terreno dei vitigni si allarga per le colline di Avola fino a comprendere 12 ettari di vigna, e 30 ettari di olivi, mandorle, grano. E’ il momento in cui la Tenuta comincia ad essere “aperta” ai turisti per le prime affascinanti iniziative enoturistiche. Gli anni passano e la Tenuta incrementa la propria attività, all’insegna della sostenibilità e dell’amore per natura, artigianalità e accoglienza, via via finchè nel 2019 la dedizione al Nero d’Avola porta alla produzione anche di rosato e spumante rosato.
Ma, lungi dall’essere solo uno spazio dedicato alla produzione del vino, Tenuta Palmeri prosegue sulla strada dell’innovazione e dell’accoglienza a 360 gradi, aperta a contributi artistici e dalla spiccata propensione alla cultura in tutte le sue manifestazioni, dove una mentalità pioneristica e moderna non fa che esaltare ancor di più l’identità del Val di Noto, come racconta ad Agen Food proprio Nora Breitschmid.

Nora, nel 2006 prende ufficialmente avvio il progetto vitivinicolo di Tenuta Palmeri, con l’impianto dei primi vigneti nel Val di Noto. Come e perché è nata questa idea di produrre vino?
“La nostra famiglia è svizzera e produciamo vino anche a Lucerna, a nord delle Alpi. È lì che abbiamo iniziato il nostro percorso vitivinicolo. Durante un viaggio in Sicilia con la famiglia, i miei genitori si sono innamorati del paesaggio e della luce bellissima che caratterizza in particolare il Val di Noto. È così che è nata l’idea di far rinascere la tradizione vitivinicola di Avola, puntando sul vitigno Nero d’Avola. I miei genitori hanno trovato un appezzamento di terreno adatto, con una casa già costruita e alcuni annessi agricoli, e nel corso degli anni hanno trasformato la tenuta in un’azienda vinicola dotata di una propria cantina e di strutture per l’ospitalità. Fin dall’inizio lavoriamo secondo i principi dell’agricoltura biologica e siamo stati la prima cantina ad Avola”.
Cosa l’ha portata a guidare l’azienda, assumendo oggi un ruolo centrale nell’innovazione?
“Lavoro dal 2011 nell’azienda di famiglia a Lucerna. Provengo dal settore della produzione e ho studiato viticoltura in Svizzera. Prima che nostro padre ci lasciasse, in famiglia abbiamo deciso che sarei stata io a portare avanti il progetto vitivinicolo e agricolo in Sicilia. Lo faccio con grande piacere”.
La filosofia enologica è orientata alla produzione di vini biologici e, più in generale, la Tenuta punta sull’agricoltura biodiversa. Ci spiega nel dettaglio che cosa significa?
“La viticoltura classica è una monocoltura: vite accanto a vite, nella maggior parte dei casi della stessa varietà. La coltivazione in monocoltura su vasta scala aumenta la vulnerabilità delle colture alle malattie e tende a impoverire il suolo di sostanze nutritive. Vogliamo recuperare l’idea dei vigneti di un tempo, quando le viti venivano coltivate insieme ad altre specie vegetali, come olivi, mandorli e gelsi. A questo si aggiungono le semine tra i filari. Sappiamo che il suolo, insieme all’acqua, è alla base della nostra produzione e della nostra salute. Per questo investiamo nella sua gestione attraverso semine intercalari, che contribuiscono a migliorarne la struttura e a favorire la formazione di humus”.

Parliamo dei vostri vini: quali sono quelli di punta, quali i più apprezzati e qual è la fascia di consumatori a cui vi rivolgete maggiormente?
“Abbiamo tre linee. Mio padre voleva che Palmeri diventasse il Bordeaux della Sicilia. Per questo abbiamo sviluppato una linea di vini rossi maturi e strutturati, caratterizzati da una lunga macerazione in botti di legno, un lungo affinamento in barrique di rovere francese e un successivo affinamento in bottiglia. Con il cambio generazionale abbiamo affiancato a questa linea una proposta fresca e giovane, composta da vini bianchi monovitigno, rosati e rossi affinati in serbatoi d’acciaio. Inoltre, siamo molto attivi nel settore degli spumanti. Amiamo il metodo Martinotti e produciamo uno spumante rosato e uno bianco. Il Rosato è ottenuto al 100% da Nero d’Avola. Vogliamo dimostrare il potenziale di questo vitigno anche al di fuori della produzione di vini rossi”.
La Tenuta, però, non è solo produzione di vino, ma anche enoturismo, esperienze nella natura, ospitalità e cucina. Ci descrive queste diverse attività e spiega come si manifestano, al loro interno, i diversi contributi all’imprenditoria, all’arte, alla cultura e all’agricoltura portati da lei e dalle sue sorelle?

“È una domanda davvero interessante. La Tenuta riunisce molte sfaccettature, che la rendono un’azienda interessante e complessa. Chi viene a trovarci si trova proprio nel cuore delle nostre attività. Disponiamo di cinque alloggi per le vacanze, dotati di cucina, e di una piscina che invita al relax. Inoltre, durante la stagione turistica siamo aperti tutti i giorni e accogliamo sia i visitatori sia la popolazione locale per visite guidate e degustazioni in cantina. Queste iniziative offrono l’occasione perfetta per conoscere tutti i nostri prodotti: dal pane fatto in casa con il nostro grano ai dolci ‘Canditos’, a base di agrumi, fino al vino. Durante le visite guidate, il nostro personale qualificato illustra la nostra filosofia e il processo produttivo. Parallelamente, prosegue la normale attività agricola quotidiana. Riteniamo che oggi sia importante, oltre che bello, unire questi due mondi. Vogliamo che gli ospiti si rendano conto che si tratta di prodotti genuini, realizzati a mano, frutto del lavoro sulla terra e dell’impegno delle persone che ci sono dietro. Non siamo un museo, ma un’azienda agricola a conduzione familiare. A proposito di musei, l’influenza dell’arte e della cultura nella nostra famiglia si riconosce nei dettagli della Tenuta, dalla sedia restaurata alle antiche ceramiche originali. Ai nostri genitori piaceva collezionare oggetti e siamo cresciuti con l’idea che la qualità sia un valore da custodire, di cui prendersi cura e che ci accompagni per tutta la vita. A Noto hanno acquistato un antico palazzo, lo hanno restaurato con cura e lo hanno trasformato in un hotel con ristorante. Se le pareti potessero parlare, quante storie avrebbero da raccontare! Anche questa è cultura. Nei mesi più tranquilli, alla Tenuta ospitiamo residenze artistiche: gli artisti internazionali possono soggiornare qui gratuitamente, lasciandoci in cambio un’opera di loro creazione. Vorremmo ampliare ulteriormente questa iniziativa e, in questo, ci è di grande aiuto la rete di contatti artistici di mia sorella”.
Tenuta Palmeri è descritta come una realtà particolarmente attenta al rispetto della natura. Parliamo dunque di sostenibilità: quali sono i criteri a cui vi attenete?
“Sostenibilità: un termine ormai troppo abusato. Il nostro approccio si basa sui tre pilastri della sostenibilità: economico, sociale ed ecologico. Vogliamo creare posti di lavoro e, soprattutto, preservarli; vogliamo ridurre le nostre emissioni di CO₂ e siamo passati all’utilizzo di bottiglie di vetro leggero. Inoltre, produciamo gran parte dell’energia di cui abbiamo bisogno attraverso l’impianto solare. Questi sono solo alcuni esempi del nostro impegno”.
Tenuta Palmeri rappresenta una realtà imprenditoriale agricola internazionale per competenze, ma profondamente radicata nel territorio siciliano di Avola. Come si manifestano queste due diverse anime della stessa realtà?
“Credo che questa sia la nostra sfida più grande e, al tempo stesso, la nostra più grande opportunità. Abbiamo uno sguardo internazionale e portiamo con noi un bagaglio di esperienze e conoscenze diverso da quello locale. Se riusciremo a unire tutto questo alle conoscenze e all’esperienza del territorio, potremo realizzare grandi cose! Ho assunto la guida dell’azienda solo un anno fa. Mio padre gestiva le diverse aziende agricole in modo piuttosto separato. Io sono più vicina alla realtà operativa e voglio costruire rapporti e favorire lo scambio tra le diverse aziende. Questo sarà il nostro punto di forza!”.

La vostra famiglia non è di origini siciliane. Perché avete scelto di puntare sulla valorizzazione di questo territorio, così diverso da quelli in cui operate in Svizzera e Spagna?
“Sono stati molti i fattori che hanno contribuito a questa scelta. Innanzitutto, probabilmente, il fascino della bellezza e dell’ignoto. Vent’anni fa questa regione era ancora meno frequentata da stranieri che sceglievano di stabilirvisi: era più aspra, selvaggia e avventurosa. Ed è proprio in questo che risiedeva, probabilmente, anche il fascino esercitato su mio padre. Si è dedicato completamente a questa zona e alla sua gente, era sempre in giro ed era molto aperto alle nuove idee”.
