(Agen Food) – Roma, 25 ago. - "In questi giorni sono in scena a Taranto…

Accordo Mercosur, gli agricoltori scendono in piazza
(Agen Food) – Roma 19 gen. di Massimiliano Cinque – Non è la prima volta che il comparto agricolo di tutta Europa protesta contro le Istituzioni europee per normative che lo hanno visto meno tutelato e più penalizzato, e domani a Strasburgo, davanti al Parlamento Europeo, si riuniranno sigle associazionistiche e trattori per protestare contro la ratifica del Mercosur.
L’accordo firmato di recente in Paraguay da Ursula von der Leyen è un trattato che apre le porte agli scambi commerciali con alcuni Stati sudamericani, tra cui Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, ed è forse la prima risposta ai dazi imposti dal presidente americano Trump (anche se ci si aspetterebbe una risposta più forte e coesa da parte delle istituzioni europee al bullismo a stelle e strisce).
L’accordo prevede la creazione di una delle più grandi aree di libero scambio al mondo: 718 milioni di persone per un PIL complessivo di 22,4 trilioni di dollari, con una eliminazione progressiva delle tariffe su oltre il 90% delle merci scambiate e un risparmio stimato di oltre 4 miliardi di euro annui.
Gli scambi merceologici copriranno vari settori, dall’automotive al farmaceutico, dalle terre rare all’agroalimentare. Ed è proprio su questo punto che si stanno levando proteste e malumori. Difatti, inizialmente, l’Italia aveva posto il suo rifiuto all’accordo perché non convinta di alcuni passaggi, salvo poi tornare sui propri passi dopo aver ricevuto una serie di garanzie a tutela del settore agroalimentare, ottenendo limiti alle importazioni e la sospensione temporanea della carbon tax sui fertilizzanti a base ammoniacale.
Perché, allora, gli agricoltori sono sul piede di guerra? Perché temono l’arrivo massiccio di carne bovina, pollame, zucchero, cereali e ortofrutta a basso costo, ma soprattutto prodotti che non rispettano le stringenti normative fitosanitarie imposte agli agricoltori europei.
Se dal punto di vista dei volumi di import vi sono clausole di salvaguardia — come sospensioni delle agevolazioni, limiti quantitativi e sussidi a favore degli agricoltori europei per circa 45 miliardi di euro — dal punto di vista sanitario vi è una concreta preoccupazione di concorrenza sleale.
I punti a supporto di questa tesi sono molteplici: tra UE e Mercosur vi è un divario rilevante negli standard delle sostanze. Da noi vige un approccio precauzionale, che tende a vietare o limitare una sostanza anche solo in presenza di possibili effetti sulla salute; nel Mercosur, invece, serve un’evidenza del rischio molto più robusta. Ne deriva una differenza sostanziale in termini di autorizzazioni, limiti massimi di residui e quantità impiegate sui prodotti agricoli. Ad esempio, in Brasile uno studio riporta che il volume di pesticidi venduti è quadruplicato nel ventennio 2000–2020 e che il 27% di queste sostanze è proibito nell’Unione Europea.
Tema di particolare rilievo è quello dei limiti massimi di residui. Prendiamo, ad esempio, il noto glifosato: in caffè e canna da zucchero in UE deve rispettare il limite di 0,1 mg/kg, mentre in Brasile 1 mg/kg, ovvero un limite dieci volte maggiore. Un dato ancora più preoccupante riguarda l’acqua potabile, dove il limite risulta migliaia di volte più alto. Per non parlare che, stando a un rapporto della federazione Eurogroup for Animals, in quei Paesi vengono utilizzate e diffuse pratiche agricole crudeli, con allevamenti intensivi e sovraffollati.
Un’ancora di salvezza e tutela di agricoltori e consumatori è prevista nell’accordo: tutto ciò che arriva dal Sudamerica deve essere conforme alle norme UE. Vi sono due vincoli a supporto. Il primo è il principio di precauzione, ovvero un alimento può essere immesso sul mercato solo se non presenta rischi per la salute (e qui si dovrebbe ampliare il controllo, visto che in Brasile vi sono stati 1.800 decessi confermati per avvelenamento da pesticidi tra il 2010 e il 2019 ed oltre 32.000 casi di intossicazione). Il secondo è l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine per ortofrutta, carne e derivati.
Ma qui si apre una faglia: il codice doganale prevede che, se il prodotto è lavorato in Italia (ad esclusione della carne bovina), questo possa assumere la dicitura “Prodotto in Italia”. Praticamente una “truffa” ai danni della popolazione.
La Commissione Europea ha dichiarato che, per impedire che questo accada, aumenterà del 33% i controlli sui prodotti che arrivano in Europa dal Sudamerica. Ma se ad oggi le ispezioni arrivano a malapena al 3% dei prodotti, con l’aumento proposto dalla Commissione si arriverà al 4%.
Vedremo domani, 20 gennaio, se la protesta porterà qualche salvaguardia in più per gli agricoltori e un maggior controllo per noi consumatori.
