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Mangiare sano è diventato un privilegio? Quando la qualità del cibo dipende dal portafoglio

(Agen Food) – Roma, 15 sett. – di Laura Caldara – “Devi mangiare meglio.” Quante volte ce lo siamo sentito dire. Più frutta e verdura, meno prodotti confezionati, più attenzione alla qualità, più cibo fresco.

Tutto corretto, poi però entriamo al supermercato prendiamo il carrello, guardiamo i prezzi e improvvisamente la saggezza incontra la vita vera. Perché mangiare bene non dipende solo dalla volontà, dipende anche da quanto possiamo spendere, dal tempo che abbiamo per cucinare, da dove viviamo e da quello che riusciamo a trovare vicino casa. Ed è qui che nasce una domanda un po’ scomoda: possiamo davvero parlare di alimentazione sana come se tutti partissero dallo stesso punto?

Secondo l’ISTAT – Povertà in Italia, anno 2024, in Italia oltre 5,7 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà assoluta, per un totale di circa 2,2 milioni di famiglie. Questi numeri  cambiano subito il significato della frase “basta scegliere meglio”, perché se devi pagare l’affitto, le bollette, la benzina, i libri per i figli e tutte le altre spese quotidiane, il problema non è riempire il carrello perfetto, il problema è arrivare alla fine del mese.

Anche la FAO monitora il costo e l’accessibilità economica di una dieta sana, proprio perché il prezzo del cibo non è un dettaglio: può determinare concretamente ciò che una famiglia riesce o non riesce a mettere in tavola.

Eppure c’è un altro equivoco che vale la pena chiarire. Mangiare sano non significa necessariamente comprare prodotti biologici costosi, superfood, avocado o confezioni “premium”. Spesso significa tornare a cose molto più semplici: legumi, uova cereali, frutta, verdure di stagione, prodotti surgelati semplici. Un piatto di lenticchie non ha bisogno di scrivere “high protein” sulla confezione per contenere proteine. Una mela non deve dichiararsi “natural”, un pomodoro non ha bisogno di essere trasformato in un prodotto wellness. Eppure basta guardarsi intorno tra gli scaffali per capire quanto il linguaggio della salute sia diventato anche un linguaggio commerciale: “Protein”, “Fit”, “Zero”, “Bio”, “Fonte di fibre”, “Naturale”. Sono parole che, in molti casi, descrivono caratteristiche reali ma, allo stesso tempo possono farci pensare che mangiare bene significhi necessariamente comprare qualcosa di speciale.

I dati dell’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, raccontano bene quanto la realtà sia più concreta: nell’Eurobarometro 2025 il 60% degli europei indicava il costo come uno dei principali fattori nella scelta degli alimenti.

Prima del gusto, dell’origine o del contenuto nutrizionale, spesso arriva il prezzo, ed è normale. Possiamo leggere tutte le etichette del mondo, informarci, confrontare ingredienti e valori nutrizionali ma alla fine, alla cassa, bisogna pagare e i prezzi pesano.

L’ISTAT mostra come negli ultimi anni i prodotti alimentari abbiano attraversato aumenti importanti. Anche quando l’inflazione rallenta, quel rincaro non sparisce dal giorno alla notte perché resta nello scontrino, settimana dopo settimana.

Ma c’è un altro costo che spesso dimentichiamo: il tempo. Preparare un piatto di ceci costa poco, ma richiede organizzazione. Cucinare partendo dagli ingredienti richiede tempo, energia e anche un minimo di voglia. Chi torna a casa alle nove di sera dopo una giornata di lavoro può sapere perfettamente che le verdure fanno bene e può comunque scegliere un piatto pronto. Non per pigrizia ma per stanchezza. Ed è una differenza importante.

A volte trasformiamo il cibo in una questione morale: chi mangia bene è disciplinato, chi mangia male non si impegna abbastanza. Ma la vita è più complicata. C’è chi ha tempo per cucinare e chi no, chi ha un mercato sotto casa e chi deve prendere l’auto, chi può spendere venti euro in più senza farci caso e chi, mentre riempie il carrello, calcola mentalmente quanto rimane sul conto.

Anche i dati ISTAT sulle condizioni economiche delle famiglie raccontano un Paese in cui una parte importante della popolazione continua a vivere in condizioni di fragilità economica.

Per questo forse dovremmo cambiare il modo in cui parliamo di alimentazione sana. Meno giudizi, meno immagini di frigoriferi perfetti sui social, meno idea che chi mangia “bene” sia automaticamente più bravo, più informato o più responsabile e, più attenzione alla vita reale.

Naturalmente possiamo imparare a fare scelte migliori a usare più legumi, comprare prodotti di stagione, evitare sprechi, cucinare in modo più semplice ma, non possiamo fingere che reddito, tempo e accessibilità non esistano.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a ricordare che una dieta sana dovrebbe basarsi soprattutto su frutta, verdura, legumi, cereali integrali e fonti nutrizionali adeguate, limitando zuccheri liberi, sale e grassi saturi. Indicazioni semplici da leggere, molto meno semplici da mettere in pratica ogni giorno.

Forse è questo il punto. Mangiare bene non dovrebbe diventare un simbolo di status o voler dimostrare di potersi permettere il prodotto più costoso dello scaffale. Dovrebbe voler dire poter portare a tavola cibo nutriente e sufficientemente vario senza essere costretti ogni settimana a scegliere tra qualità e portafoglio.

La responsabilità personale conta ma, non basta. Perché quando si parla di alimentazione si parla anche di stipendi, prezzi, tempo, educazione, servizi e disuguaglianze.

E allora forse la vera domanda non è soltanto: “Che cosa dovremmo mangiare?” È questa: possiamo continuare a dire alle persone “mangiate meglio” senza chiederci prima se tutti hanno davvero la stessa possibilità di scegliere cosa mettere nel piatto?

Redazione Agenfood

Redazione Agenfood

Agen Food è la nuova agenzia di stampa, formata da professionisti nel campo dell’informazione e della comunicazione, incentrata esclusivamente su temi relativi al food, all’industria agroalimentare e al suo indotto, all’enogastronomia e al connesso mondo del turismo.

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