(Agen Food) - Roma, 15 sett. - di Laura Caldara - “Devi mangiare meglio.” Quante…

Il cibo e il clima: quello che mangiamo cambia il pianeta. Dalla scelta quotidiana alla responsabilità verso il futuro
(Agen Food) – Roma, 16 sett. – Ogni giorno facciamo scelte apparentemente automatiche: decidiamo cosa mettere nel piatto. Un piatto di pasta, una fetta di carne, una verdura di stagione, un prodotto acquistato al supermercato. Gesti semplici, eppure dietro ogni alimento esiste un viaggio che spesso non vediamo. Prima di arrivare sulla nostra tavola, quel cibo ha attraversato campi, allevamenti, aziende, trasporti, lavorazioni e sistemi di conservazione. Ha richiesto acqua, energia, terreno e lavoro. Per questo oggi parlare di cibo significa parlare anche di ambiente. La domanda non è più soltanto: “Questo alimento fa bene alla mia salute?” Sempre più spesso dobbiamo chiederci anche: “Che impatto ha sul pianeta?”
La questione, però, è più complessa di quanto sembri. Da una parte ci viene chiesto di cambiare abitudini: ridurre gli sprechi, scegliere prodotti locali, consumare più alimenti vegetali, prestare attenzione alla provenienza di ciò che acquistiamo. Dall’altra viviamo dentro un sistema alimentare costruito negli ultimi decenni sulla produzione su larga scala, sulla disponibilità continua di prodotti e sulla ricerca di prezzi sempre più competitivi.
E qui nasce il vero conflitto: quanto dipende dalle nostre scelte individuali e quanto invece dal modo in cui è organizzato l’intero sistema?
Secondo la FAO, i sistemi agroalimentari hanno un ruolo centrale nella crisi climatica perché comprendono tutte le fasi della filiera: produzione agricola, allevamento, trasformazione, distribuzione e consumo. Il problema, quindi, non riguarda soltanto quello che mangiamo ma, tutto ciò che accade prima. Un alimento non arriva sul nostro piatto semplicemente perché lo acquistiamo. Dietro c’è una rete complessa di risorse e processi che spesso rimangono invisibili.
Uno degli argomenti più discussi riguarda il consumo di carne. Gli allevamenti intensivi sono al centro del dibattito perché richiedono grandi quantità di terreno, acqua e risorse e contribuiscono alle emissioni di gas serra. Secondo l’IPCC – Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change, modificare i sistemi alimentari e le modalità di consumo rappresenta una delle strade considerate importanti per ridurre l’impatto climatico.
Ma questo non significa che la soluzione sia semplicemente eliminare un alimento. Il tema è più ampio. Conta quanto consumiamo, come viene prodotto un alimento, quali risorse vengono utilizzate e quanto il sistema riesca a essere equilibrato. Questo perché il cibo non è soltanto una questione ambientale: è cultura. La dieta mediterranea ne è un esempio evidente. Non è diventata famosa solo per i suoi effetti sulla salute, ma perché racconta un modo di vivere legato alla stagionalità, alla condivisione e alla valorizzazione di prodotti semplici.
Nel 2010 la Dieta Mediterranea è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, proprio perché rappresenta un insieme di conoscenze, tradizioni e pratiche che vanno oltre il semplice atto di mangiare.
Forse proprio qui si trova una possibile strada per il futuro: non scegliere tra tradizione e innovazione, ma recuperare alcuni principi del passato adattandoli alle esigenze di oggi.
Un altro tema fondamentale è quello dello spreco alimentare. Produciamo enormi quantità di cibo che poi non vengono consumate.
Secondo il UNEP Food Waste Index Report 2024, nel mondo vengono sprecate circa 1 miliardo di tonnellate di cibo ogni anno. Dietro questo numero non c’è soltanto un problema economico. C’è uno spreco di acqua, energia, lavoro e risorse naturali utilizzate per produrre alimenti che alla fine non verranno mangiati.
Anche qui emerge una contraddizione. Si chiede ai cittadini di fare attenzione agli sprechi, ma allo stesso tempo viviamo in un sistema che spesso incoraggia il consumo eccessivo: offerte che spingono ad acquistare più del necessario, prodotti disponibili tutto l’anno indipendentemente dalla stagione, confezioni sempre più grandi. Il consumatore ha un ruolo importante ma, non può essere l’unico responsabile.
Negli ultimi anni è cresciuta anche l’attenzione verso la sostenibilità comunicata dalle aziende. Confezioni verdi, parole come “naturale”, “responsabile”, “a basso impatto”. Sono messaggi che possono indicare un reale cambiamento, ma possono anche diventare semplicemente strumenti di comunicazione. La vera sostenibilità non si misura dal colore di un packaging. Si misura nelle scelte concrete: come viene prodotto un alimento, quante risorse utilizza, quanto è trasparente la filiera.
Il futuro del cibo probabilmente non sarà fatto di estremi né sarà un mondo in cui tutti dovranno rinunciare completamente alle proprie abitudini, né un sistema identico a quello attuale. Sarà una ricerca continua di equilibrio.
Mangiare in modo più sostenibile significa anche gesti semplici: sprecare meno, scegliere prodotti stagionali, conoscere meglio ciò che acquistiamo, valorizzare filiere più trasparenti. Non serve essere perfetti, serve essere più consapevoli, perché il cibo è una delle poche decisioni che prendiamo tutti i giorni. Proprio per questo ogni scelta, anche piccola, contribuisce a costruire il modello alimentare del futuro.
Alla fine la domanda non riguarda soltanto ciò che abbiamo nel piatto. Riguarda il mondo che vogliamo lasciare: quando scegliamo cosa mangiare, stiamo semplicemente decidendo il nostro prossimo pasto oppure stiamo contribuendo, nel bene e nel male, al futuro del pianeta?
