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Bio, Coldiretti: import +25% e burocrazia record frenano aziende, bene marchio italiano
(Agen Food) – Roma, 23 set. – L’avvio del Marchio Biologico Italiano rappresenta un passo importante per valorizzare le produzioni nazionali e offrire ai cittadini uno strumento immediato per riconoscere il biologico ottenuto da materia prima agricola italiana. È quanto afferma Coldiretti Bio nel commentare l’introduzione del nuovo marchio, un obiettivo sostenuto dalla confederazione già nel percorso che ha portato all’approvazione della legge nazionale sul biologico del 2022. Uno strumento che arriva in un momento particolarmente delicato per il settore e che può contribuire a invertire alcuni segnali negativi emersi dagli ultimi dati. Nel 2025 la superficie agricola biologica registra infatti una riduzione del 5,4%, mentre gli operatori diminuiscono dell’1,8%, dopo un lungo trend di crescita.
“Il Marchio Biologico Italiano è una risposta importante che aspettavamo e che abbiamo sostenuto fin dalla legge sul biologico. Significa dare finalmente un’identità riconoscibile alle produzioni bio realmente italiane, valorizzando il lavoro delle nostre imprese e offrendo ai cittadini la possibilità di distinguerle rispetto a quelle provenienti dall’estero”, afferma Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Bio.
Il dato sulle superfici va comunque letto all’interno di un percorso di lungo periodo che resta positivo. Nell’ultimo decennio gli ettari coltivati con metodo biologico sono aumentati del 32,4%, con oltre 580mila ettari in più, mentre sulla variazione annuale andrà valutato anche l’eventuale effetto della discontinuità statistica intervenuta nella rilevazione. A preoccupare è soprattutto il rallentamento delle nuove adesioni. Rispetto al 2024, infatti, la superficie già convertita resta sostanzialmente stabile (-0,5%), mentre quella in conversione crolla del 24,4%. Dei circa 137mila ettari complessivamente persi, una parte rilevante riguarda prati permanenti e superfici foraggere, oltre ai terreni ancora in conversione.
La riduzione di prati e foraggere segnala anche le difficoltà della zootecnia biologica, alle prese con costi di produzione crescenti e prezzi riconosciuti agli allevatori che non sempre riescono a garantire un’adeguata remunerazione. Più che un arretramento generalizzato dell’attuale capacità produttiva del biologico italiano, dunque, i numeri evidenziano soprattutto un rallentamento delle nuove conversioni e situazioni di sofferenza in alcuni comparti produttivi.
Tra le criticità su cui è necessario intervenire c’è innanzitutto la pressione crescente delle produzioni provenienti dall’estero. Le importazioni di biologico sono aumentate del 25%, con prodotti a basso costo che intercettano una parte della domanda senza generare crescita delle superfici e della produzione nazionale. Proprio in questo senso il Marchio Biologico Italiano può rappresentare uno strumento importante per rendere riconoscibile l’origine e valorizzare sul mercato le produzioni delle aziende agricole italiane.
A frenare le imprese è poi il peso delle carte. Un’azienda biologica deve affrontare un aggravio burocratico di almeno il 30% rispetto a un’impresa convenzionale, a sua volta già gravata da un sistema complesso di adempimenti. Certificazioni, registrazioni e controlli si sommano ai maggiori vincoli produttivi e alle difficoltà causate dagli effetti del cambiamento climatico, mentre il mercato non sempre riesce a remunerare adeguatamente costi e impegni aggiuntivi. A queste criticità si aggiunge l’incertezza sulla futura Politica agricola comune, con il rischio di minori garanzie finanziarie per gli interventi agroambientali e climatici e di una diversa capacità dei territori di sostenere le aziende che decidono di convertirsi.
“Il marchio è un tassello fondamentale, ma ora dobbiamo creare le condizioni perché produrre biologico in Italia torni ad essere sempre più conveniente. Servono meno burocrazia, maggiore valore alle produzioni nazionali, risorse certe e soprattutto reciprocità: chi entra sul mercato europeo deve rispettare le stesse regole e gli stessi standard imposti ai nostri agricoltori”, conclude Gardoni.
