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Settantaquattromila persone al mese cercano «ristoranti pizzerie». I ristoratori non ci sono

(Agen Food) – Roma, 20 ago. – Le parole con cui gli italiani cercano dove cenare valgono centinaia di migliaia di ricerche al mese e costano trenta centesimi a clic. Sull’asta pubblicitaria che le riguarda non si presenta quasi nessuno. Chi cerca «ristoranti pizzerie» sta decidendo dove cenare entro l’ora.

Su AgenFood, l’11 agosto, il conto del Ferragosto: oltre un miliardo di euro di spesa nei pubblici esercizi, dentro i 10,8 miliardi che gli italiani hanno destinato ad agosto al cibo consumato fuori casa. Sono le stime di Fipe-Confcommercio, che alla ristorazione assegna 6,2 miliardi del totale di agosto e ai bar 2,2. Numeri di una domanda in ottima salute.

Lo stesso appetito lascia una seconda traccia, che quasi nessuno conta. Sono le ricerche su Google di chi il posto dove cenare lo sta cercando in quel momento. Come risulta da quanto riportato da Carlo Cucuzza, consulente di digital marketing. I dati citati sono medie delle ricerche mensili degli ultimi dodici mesi sul mercato italiano, rilevate ad agosto 2026.

Lo Strumento di pianificazione delle parole chiave di Google Ads, con cui l’azienda mostra agli inserzionisti volumi e costi delle ricerche, registra in Italia 74.000 ricerche mensili per «ristoranti pizzerie». Non è nemmeno la più battuta.

Parola cercata           Ricerche al mese       Indice di concorrenza          Costo per clic

pizzeria           1.220.000        15        0,22 – 1,06 €

ristorante         550.000           19        0,27 – 1,08 €

ristoranti vicino a me  450.000           31        0,19 – 0,82 €

pizzeria vicino a me   368.000           24        0,22 – 0,98 €

ristoranti pizzerie        74.000 9          0,21 – 0,80 €

agriturismo con ristorante   18.100 17        0,17 – 0,80 €

menu ristorante           3.600   76        0,56 – 1,60 €

(Fonte: Strumento di pianificazione delle parole chiave di Google Ads, mercato Italia, media delle ricerche mensili degli ultimi dodici mesi. Rilevazione di agosto 2026)

Fin qui, niente di sorprendente. La gente ha fame e cerca dove mangiare.

Nove su cento – La colonna che conta è la terza. Lo strumento assegna a ogni parola un indice di concorrenza da 0 a 100, che misura quanti inserzionisti si contendono quello spazio. Un indice di nove significa che a comprarlo non si presenta quasi nessuno.

Nove è il valore di «ristoranti pizzerie». «Pizzeria» sta a quindici, «ristorante» a diciannove, «agriturismo con ristorante» a diciassette. Le parole con cui centinaia di migliaia di italiani cercano dove cenare sono fra le meno contese del mercato pubblicitario italiano, e il prezzo lo conferma: un clic in cima ai risultati costa fra 21 e 80 centesimi. In altri settori, nello stesso Paese, lo stesso clic si paga otto o dieci euro.

Una riga della tabella fa eccezione. «Menu ristorante» raccoglie appena 3.600 ricerche al mese, ma ha un indice di 76 e un costo per clic che arriva a 1,60 euro. Lì la gara è affollata, e a correre non ci sono i ristoranti: ci sono le software house che vendono menu digitali, QR code e gestionali di sala. Cercano ristoratori, non clienti.

Perché il posto resta vuoto

La spiegazione facile, i ristoratori non fanno marketing, non regge. I ristoratori fanno marketing eccome. Curano Instagram, pagano il fotografo per i piatti, inseguono le recensioni, stanno sulle piattaforme di delivery e di prenotazione, alle quali riconoscono una commissione per ogni ordine e per ogni coperto portato in sala.

I soldi ci sono, e vanno altrove. Il social costruisce desiderio in chi ti conosce già o ti incrocia per caso, e ha il vantaggio di essere gratis da pubblicare. Le piattaforme portano clienti, ma il cliente resta loro, insieme al dato e alla commissione sull’ordine successivo.

La ricerca su Google funziona in un altro modo. Chi digita «pizzeria vicino a me» alle 19:40 di un venerdì non va coltivato per settimane: sta decidendo, e chiude la decisione entro l’ora. È il momento in cui convincere qualcuno costa meno, perché convinto lo è già.

L’ostacolo vero, chi lavora con i ristoranti lo conosce bene, è la misurazione. Un clic non è un coperto. Chi quel clic l’ha comprato spesso non sa dire se la persona è entrata, cosa ha ordinato, se è tornata, e spendere senza poter dimostrare il ritorno è una scommessa che con i margini della ristorazione pochi si sentono di fare.

Il problema riguarda gli strumenti di misura, e non è nuovo. Numeri di telefono dedicati alla campagna, prenotazioni con un codice, offerte da mostrare in cassa: nel commercio al dettaglio sono tecniche vecchie di vent’anni, costano poco e chiudono il cerchio fra la ricerca e il tavolo.

Nella ristorazione italiana ce n’è una che funziona meglio delle altre, perché è già il canale su cui i clienti prenotano: WhatsApp. Il link di chat diretta che ogni account può generare porta con sé un messaggio precompilato, e quel messaggio è il tracciamento. Un pulsante «Prenota su WhatsApp» sulla pagina che riceve i clic della campagna apre la conversazione con la frase già scritta, per esempio «Vorrei prenotare un tavolo». Chi arriva da un volantino o dalla scheda Google userà una frase diversa.

Da lì il conto lo fa chiunque abbia dieci minuti e la chat aperta: le prenotazioni che cominciano con quella frase sono quelle pagate. Con un profilo WhatsApp Business le si etichetta e si contano, senza software di attribuzione e senza integrazioni. È il modo più diretto per collegare i trenta centesimi spesi al coperto che si presenta alle nove.

Trecento euro al mese

Dieci euro al giorno investiti su «ristoranti pizzerie» e parole simili, ai costi che indica Google, comprano fra i dodici e i quaranta clic. In un mese fanno da 360 a 1.200 visitatori sul sito, sulla scheda o sul telefono del locale, per trecento euro spesi.

Con uno scontrino medio fra i 25 e i 35 euro a coperto, e mettendo in conto quello che di quell’incasso se ne va in materie prime, personale e locale, per rientrare della spesa serve una quarantina di coperti nell’arco del mese. Quaranta coperti su mille visitatori.

Il calcolo è grossolano, e ogni ristoratore sa perché: dipende dalla piazza, dalla stagione, da com’è fatta la pagina che riceve quei clic e da chi risponde al telefono. Resta che in Italia questo calcolo oggi quasi nessuno lo sta facendo, e i nove punti su cento del Pianificatore sono lì a dimostrarlo.

Ferragosto è passato con il suo miliardo. Settembre riporta le cene di lavoro, le riaperture e i menu d’autunno, e con loro altre 74.000 ricerche di persone che cercano un tavolo. A quel punto costeranno ancora trenta centesimi l’una.

Redazione Agenfood

Redazione Agenfood

Agen Food è la nuova agenzia di stampa, formata da professionisti nel campo dell’informazione e della comunicazione, incentrata esclusivamente su temi relativi al food, all’industria agroalimentare e al suo indotto, all’enogastronomia e al connesso mondo del turismo.

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