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F1 il film – la mia anteprima nazionale

  • Redazione Agenfood
  • TURISMO

(Agen Food) – Roma 20 giu. – di Massimiliano Cinque – Accolta dall’abbraccio severo eppure protettivo del colonnato di piazza Esedra, la capitale ha ospitato ieri sera l’anteprima italiana del film dedicato al mondo rombante e affascinante della Formula 1. La location era il The Space Cinema Repubblica, ma lo spettacolo, ancor prima di iniziare, era tutto fuori: il cielo che si tingeva di porpora, le luci del tramonto che si specchiavano sulle vetrate, e un’atmosfera sospesa tra mondanità e incanto.

Al centro della scena – e del film – c’è lui, Brad Pitt, eterno e inossidabile, con quel volto che mescola glamour e leggenda. A guidarlo, l’occhio visionario di Joseph Kosinski, regista capace di fondere l’adrenalina all’estetica, come aveva già fatto in Top Gun: Maverick. L’evento, raffinato e impeccabile, è stato curato da Tommy Hilfiger, con tocchi di alta classe: il casco dipinto dal vivo da Davide Vavala come un’icona votiva, l’aperitivo sulla terrazza del Seen, da cui Roma si stendeva ai nostri piedi, dolce e grandiosa come un sogno felliniano.

Ma veniamo al film. Nasce con l’ambizione di inserirsi nella nobile tradizione del cinema motoristico, sulle orme di Rush di Ron Howard e di Le Mans ’66, pellicole che hanno saputo unire emozione umana e competizione meccanica. Kosinski ha coinvolto nomi altisonanti: Jerry Bruckheimer, Brad Pitt, Lewis Hamilton. E quando la proposta è arrivata a Stefano Domenicali, l’attuale CEO della Formula 1, l’entusiasmo ha superato ogni scetticismo, dando il via a un progetto ambizioso: girare durante i veri Gran Premi, sfruttando il battito autentico del Circus.

E in effetti, dal punto di vista visivo, il film è un trionfo. La macchina da presa sfiora l’asfalto, entra nei box, cattura la tensione dei secondi prima della partenza. Le vetture della fittizia scuderia APX GP, pur costruite su telai di Formula 2 per esigenze pratiche, si muovono con grazia cinematografica e verosimiglianza. Ma – ed ecco il primo nodo – non ingannano gli occhi di chi la Formula 1 la conosce sul serio. Dal posteriore delle vetture APX, per esempio, si nota chiaramente il ritorno di fiamma della combustione: una caratteristica del tutto assente nelle moderne F1 ibride, in cui il sistema ERS e la gestione elettronica hanno eliminato del tutto queste esplosioni visibili. Una svista? Forse. Ma anche una crepa nella patina di autenticità che il film pretende di offrire.

E non è l’unica.

La trama ruota attorno a Sonny Hayes (Pitt), pilota di grande talento che ha abbandonato le piste dopo un incidente traumatico. Viene richiamato da Ruben Cervantes (un sorprendente Javier Bardem), presidente della APX GP, per disputare gli ultimi nove GP della stagione e aiutare il giovane compagno di squadra Joshua “Noah” Pearce (Damson Idris) a trovare la via del podio. Fin qui, nulla di nuovo. Il copione è quello, arcinoto, del campione caduto che torna per insegnare, per redimersi, per vivere un’ultima corsa.

Ma è quando si passa dai sentimenti alla tecnica che il film inciampa. Clamorosamente.
Hayes, che non guida una F1 moderna da anni, sale in macchina e – miracolosamente – si piazza, al primo test, a pochi decimi dal giovane compagno. È come se un astronauta andato in pensione vent’anni fa decidesse di pilotare i nuovi razzi vettori. Perché oggi la Formula 1 non è solo talento e cuore: è tecnologia pura, è sintonia assoluta con una vettura che ha più comandi di un aereo. Al volante ci sono oltre venti pulsanti, modalità da selezionare, settaggi ibridi da ottimizzare curva dopo curva. Serve abitudine, serve memoria muscolare, serve ore e ore di simulatore.

Invece, il nostro Sonny Hayes – che non ha mai toccato un volante ibrido, non ha familiarità con mappature motore, ERS, DRS, strategie di ricarica e di deploy – riesce in pochi giri a tenere il passo. Non solo: in gara si prende il lusso di ignorare gli ordini di scuderia, rischiare contatti al limite della bandiera nera, e compiere sorpassi spettacolari senza alcuna sanzione da parte dei commissari. Una libertà narrativa che diverte, certo, ma che svilisce la complessità del regolamento sportivo attuale. Come se le regole fossero un fastidio, anziché parte integrante della competizione.

E poi ci sono gli sviluppi tecnici dell’auto. In poche settimane, con un paio di aggiustamenti aerodinamici e qualche ora di lavoro in fabbrica, la monoposto della APX guadagna oltre un secondo al giro. Una progressione che nella realtà richiede mesi, a volte anni, e coinvolge gallerie del vento, CFD, simulazioni su banchi dinamici. Qui, invece, tutto è immediato, come in un videogioco.

Naturalmente, il film non è un documentario. È cinema. E in quanto tale si prende le sue libertà. Ma per chi, come me, ha amato la F1 con la stessa devozione con cui si ama un romanzo di Fleming o un’opera di Rossini, certe leggerezze pesano. Perché, in fondo, la bellezza della Formula 1 non è solo nella velocità, ma nella precisione. Nella fatica nascosta. Nella dedizione silenziosa di centinaia di tecnici, ingegneri, meccanici.

Ciò detto, Formula 1 – il film – rimane un prodotto potente, vibrante, visivamente sontuoso. Piacerà al grande pubblico, avvicinerà nuovi fan al Circus, e forse riaccenderà in qualcuno la voglia di scoprire la vera storia di questa disciplina meravigliosa. Ma per noi, innamorati irriducibili, resterà un affresco incompleto, una corsa truccata, un sorpasso in cui manca la fatica dell’accelerazione vera.

Redazione Agenfood

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Agen Food è la nuova agenzia di stampa, formata da professionisti nel campo dell’informazione e della comunicazione, incentrata esclusivamente su temi relativi al food, all’industria agroalimentare e al suo indotto, all’enogastronomia e al connesso mondo del turismo.

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