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Cibo e generazioni. Perché giovani e adulti non mangiano più allo stesso modo

(Agen Food) – Roma, 18 ago. – di Laura Caldara -“I giovani non mangiano più come una volta”. È una frase che si dice e si sente spesso, soprattutto a tavola. Ed è vera, almeno in parte. Ma forse il punto non è accusare i giovani di aver perso qualcosa. Forse il punto è capire che il loro rapporto con il cibo è cambiato perché è cambiato il mondo intorno a loro.

Oggi il cibo non passa più solo dalla cucina di casa, passa anche dallo schermo di un telefono, da una ricetta virale, da un’app di deliver, da un prodotto proteico, da un video salvato su TikTok e provato la sera stessa.

La tesi è questa: i giovani non hanno perso il rapporto con il cibo, lo hanno trasformato. Il problema è capire se questa trasformazione li renda più liberi o più soli. Per molte generazioni adulte, il cibo era soprattutto tavola, il pranzo della domenica, la cucina di casa, le ricette tramandate, i tempi più lenti. Anche quando non tutto era perfetto, il pasto aveva un significato forte: ci si sedeva insieme.

Per i più giovani, invece, il cibo è spesso più frammentato. Si mangia fuori orario, davanti a uno schermo, tra studio, lavoro, palestra, amici, serie tv, impegni. Si ordina, si fotografa, si condivide. Una ricetta può diventare famosa in una notte e finire in migliaia di cucine il giorno dopo.

Secondo DataReportal Digital 2026, in Italia nel 2025 c’erano 41,2 milioni di identità social media attive, pari al 69,7% della popolazione. Non significa che siano tutte persone uniche, ma racconta bene quanto il digitale sia entrato nella vita quotidiana. E se la vita passa dai social, anche il cibo inevitabilmente cambia forma.

Un tempo una ricetta passava da una nonna a una nipote. Oggi può arrivare da un creator sconosciuto. Non è per forza peggio, semplicemente è diverso. La cucina tramandata chiedeva tempo, pazienza, ripetizione. La cucina social chiede immediatezza, immagine, semplicità. Deve funzionare in video, colpire subito, sembrare facile, essere bella da guardare. Così molti giovani parlano moltissimo di cibo, guardano cibo, salvano ricette, seguono trend alimentari. Ma lo fanno con un linguaggio nuovo.

Anche il delivery ha cambiato la cena. L’Osservatorio Just Eat 2025 racconta una Gen Z che usa il delivery anche come momento sociale: si ordina in gruppo, si scelgono cucine diverse, si condividono serate informali. È una tavola nuova, meno domestica, meno stabile, ma comunque relazionale.

Il problema è che questa nuova tavola spesso non ha più un focus. Non c’è sempre una cucina,  un orario. Non c’è sempre un “sediamoci tutti insieme”. A volte ognuno mangia qualcosa di diverso, in un momento diverso, davanti a uno schermo diverso. La libertà aumenta, ma la ritualità diminuisce.

E qui nasce il vero confronto tra generazioni. Gli adulti rimpiangono la tavola lunga, la pasta fatta in casa, la domenica, il piatto condiviso. I giovani cercano velocità, scelta, flessibilità, identità. Non mangiano soltanto per nutrirsi: spesso scelgono un cibo perché racconta qualcosa di loro, del loro corpo, dei loro valori, del loro modo di stare nel mondo.

Lo si vede anche nelle scelte vegetali. Un’indagine Nomisma per il Rapporto Coop segnala che tra i giovani dai 18 ai 25 anni l’intenzione di acquistare cibo plant-based o di origine vegetale arriva all’85%, contro il 70% degli over 26. Non vuol dire che tutti diventeranno vegetariani o vegani. Vuol dire che le nuove generazioni sono più disponibili a sperimentare, ridurre, alternare. Allo stesso tempo, però, il rapporto con il cibo non è sempre più sano. È solo più esposto.

Il Rapporto Italia 2026 di Eurispes racconta anche la diffusione di junk food, prodotti confezionati, integratori, bevande industriali e alimenti high-protein. È il grande paradosso di oggi: si parla moltissimo di benessere, ma si vive dentro un mercato che spinge consumo veloce, snack, prodotti pronti e cibo “funzionale”. Così i giovani stanno in mezzo a due spinte opposte. Da una parte salute, sostenibilità, attenzione agli ingredienti. Dall’altra fretta, performance, social, delivery, consumo continuo.

Il conflitto, però, non è davvero tra giovani e adulti. È tra due modi diversi di vivere il cibo. Da una parte il cibo come rito, casa, memoria, famiglia. Dall’altra il cibo come scelta individuale, immagine, velocità, identità. Nessuno dei due mondi è perfetto. La tavola di una volta poteva essere anche rigida, piena di obblighi e silenzi. Il cibo di oggi può essere creativo, libero, aperto a culture diverse. Ma qualcosa rischia di perdersi quando il pasto diventa solo individuale. Si perde il tempo condiviso,  il gesto di cucinare per qualcuno. Si perde l’attesa, l’idea che un piatto non debba sempre essere sano, bello, fotografabile, coerente con un’identità. A volte dovrebbe semplicemente nutrire e farci stare insieme.

Forse non ha senso chiedere ai giovani di tornare a mangiare “come una volta”. Ogni generazione inventa il proprio modo di stare a tavola. Il punto è capire cosa vale la pena salvare. Salvare la convivialità, anche se cambia forma oppure la cucina di casa, anche se più semplice. Salvare le ricette familiari, anche se convivono con quelle virali oppure il piacere di sedersi senza trasformare ogni piatto in contenuto, prestazione o scelta identitaria. Perché il cibo può cambiare linguaggio, ma non dovrebbe perdere la sua funzione più umana: creare legami.

La domanda finale resta aperta: quando diciamo che i giovani non mangiano più “come una volta”, stiamo parlando davvero di perdita o di un nuovo modo di costruire identità attraverso il cibo?

Redazione Agenfood

Redazione Agenfood

Agen Food è la nuova agenzia di stampa, formata da professionisti nel campo dell’informazione e della comunicazione, incentrata esclusivamente su temi relativi al food, all’industria agroalimentare e al suo indotto, all’enogastronomia e al connesso mondo del turismo.

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