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L’evoluzione del Made in Italy verso nuovi modelli di sistema alimentare guidati dal FoodTech
(Agen Food) – Milano, 11 mag. – Al via oggi l’edizione 2026 di “Tutto Food”, l’appuntamento internazionale che quest’anno celebra il Made in Italy e l’innovazione agroalimentare.
Ed è proprio questo il tema approfondito dal recente studio di Porsche Consulting, che analizza come tecnologia, sostenibilità e digitalizzazione non siano più elementi alternativi alla tutela del Made in Italy, ma leve strategiche per rafforzarlo, rispondendo ai nuovi trend alimentari. È in questo equilibrio tra eredità e innovazione che si inserisce il FoodTech: non come rottura, ma come evoluzione naturale di un sistema che intende continuare a essere protagonista globale.
Il contesto è positivo: il sistema alimentare, infatti, vale il 15% del PIL ed è primo in Europa per valore aggiunto agricolo, con il 17,4% del totale UE. L’export agroalimentare ha chiuso il 2025 a 73 miliardi, crescendo a un ritmo superiore a quello dell’export nazionale. Parallelamente, gli investimenti nel FoodTech italiano hanno raggiunto 256 milioni nel 2025, più che raddoppiati rispetto all’anno precedente.
Sono quattro i trend globali che guidano innovazione e investimenti nel settore alimentare: l’agritech, la nutrizione funzionale, gli ingredienti di nuova generazione e la longevità. Queste direttrici descrivono un’evoluzione del sistema alimentare lungo tutta la filiera: dalla produzione agricola, sempre più data-driven e sostenibile grazie a tecnologie come AI e sensori, fino a un consumo orientato al benessere, in cui il cibo diventa strumento di prevenzione e performance. Parallelamente, l’innovazione entra nella materia prima stessa, con nuovi ingredienti e processi (biotecnologie, fermentazione, fonti alternative) che migliorano valore nutrizionale e sostenibilità. Questi trend stanno ridisegnando il Made in Italy: non più solo espressione di tradizione e qualità, ma piattaforma evolutiva capace di integrare tecnologia, salute e sostenibilità.
«L’innovazione non indebolisce l’identità del sistema agroalimentare italiano, ma ne amplifica la competitività, permettendo di valorizzare le eccellenze storiche in chiave contemporanea e di presidiare nuove aree di crescita a livello internazionale», ha affermato Giulio Busoni, Partner Porsche Consulting.
In questo senso, ci sono già diversi esempi di start-up italiane e di collaborazioni di filiera con grandi aziende che si muovono per rispondere ai trend di mercato più importanti. Ad esempio, nell’AgriTech, il trend più maturo, la start-up xFarm ha lavorato con Barilla su oltre 2.600 aziende fornitrici di Mulino Bianco per digitalizzare la filiera. Evja, start-up pugliese specializzata in agricoltura di precisione, collabora con La Doria da cinque anni sul pomodoro da industria, con obiettivi di sostenibilità ed efficienza e con risultati misurabili e costanti (−43% nei consumi idrici, −67% nei fungicidi, −33% negli insetticidi). Per gli ingredienti di nuova generazione, Foreverland ha sviluppato “Choruba”, un’alternativa al cioccolato a base di carruba che riduce del 90% il consumo di acqua e dell’80% le emissioni di CO₂ rispetto al cacao, il cui prezzo è cresciuto di oltre il 300% nell’ultimo anno. C’è poi Coccola, che intercetta il macrotrend della sugar reduction con un ingrediente brevettato derivato dal cocco, privo di impatto glicemico e pensato per l’industria alimentare. Nella nutrizione funzionale, mercato sempre più rilevante, Heallo Solutions si è focalizzata sullo sviluppo di ingredienti funzionali a partire da scarti cerealicoli, trasformandoli in una fibra solubile in grado di ridurre il picco glicemico fino al 64%.
La direttrice di visione più lunga che non configura un segmento tradizionale e che porterà una forte spinta all’innovazione è la longevità, una convergenza strutturale tra settore farmaceutico, scienze della vita e nutrizione. Il cibo smette di essere solo nutrimento o esperienza culturale e diventa una leva attiva di prevenzione, sempre più vicina alla logica dei prodotti “health-oriented” tipici del settore farmaceutico. Parallelamente, l’apporto tecnologico – dalla nutrigenomica ai dispositivi di monitoraggio dei dati biometrici – consente di progettare una nutrizione personalizzata.
In questo scenario, il confine tra alimento, integratore e terapia si fa progressivamente più sfumato: si affermano soluzioni che uniscono funzionalità nutrizionale, validazione scientifica e capacità di adattarsi alle esigenze individuali. «La longevità non è solo un trend di consumo, ma un nuovo paradigma industriale che ridefinisce il ruolo del FoodTech, spostandolo verso un ecosistema integrato in cui salute, dati e innovazione guidano lo sviluppo del cibo del futuro», sottolinea il manager della società di consulenza strategica e operativa affiliata al noto brand automobilistico.
Ad oggi, il nostro ecosistema è un sistema diffuso di eccellenze, ma per competere su scala europea è necessario evolvere verso una piattaforma integrata di innovazione. Si devono combinare diversi elementi: le aziende, in una logica di sinergia e non di competizione; le università, che indirizzano la ricerca in maniera coerente; e la politica.
In questo percorso, un contributo chiave può venire dall’intelligenza artificiale, ambito in cui l’Italia si è già posizionata in modo rilevante con IT4LIA AI Factory, attiva dal settembre 2025 al Tecnopolo di Bologna con un investimento di 420 milioni di euro, che rende accessibile potenza di calcolo avanzata a start-up e PMI attraverso un modello one-stop shop. Nell’agroalimentare, l’AI abilita l’ottimizzazione predittiva della filiera, lo sviluppo accelerato di nuovi ingredienti e la tracciabilità intelligente, trasformando in vantaggio competitivo anche gli obblighi di compliance legati alla crescente pressione regolatoria europea. Tuttavia, il nodo resta la diffusione: molte imprese non dispongono di strumenti proprietari e dipendono da soluzioni esterne; per questo è necessario sviluppare un livello intermedio di imprese AI-driven, capaci di trasferire concretamente queste tecnologie al tessuto industriale.
«In questo equilibrio tra infrastrutture, competenze e applicazioni si gioca la possibilità di trasformare l’innovazione tecnologica in un reale fattore di competitività per il Made in Italy, rendendo più difficile l’imitazione e proteggendo le nostre origini», conclude Busoni.
