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Nicola Clemenza: “Il mio olio possiede la vitamina L della legalità”

Tempo lettura: 5 minuti

(Agen Food) – Roma – 21 feb. – di Giulia IppolitoNicola Clemenza è un imprenditore agricolo di 54 anni, ma è anche un insegnante, uno studioso di filosofia e pedagogia. È nato a Palermo, ma coltiva i suoi terreni nel trapanese. Nel 2008, avvia il Consorzio di Tutela delle Valli Bellicine, per sottrarre le aziende olivicole alle logiche mafiose.

Contemporaneamente, subisce un attentato incendiario dietro cui si scoprirà tempo dopo l’intervento del boss Matteo Messina Denaro.

Nicola porta avanti in maniera incorruttibile una battaglia di tutela ed educazione alla legalità e ci ha raccontato la sua storia.

Raccontaci del tuo percorso. Come è nato il Consorzio di Tutela delle Valli Belicine e quali sono state le difficoltà incontrate?

Il consorzio nasce dall’esigenza di rivalorizzare le attività dei contadini sul mio territorio, precisamente nella Valle del Belige, in provincia di Trapani, scossa da un violento terremoto nel 1968.

La provincia di Trapani è esattamente nel centro del Mediterraneo, gli antichi lo chiamavano Marsa Allah, il porto di Dio. È un territorio sfruttato al 90% per l’agricoltura, anche grazie alla scarsa densità di popolazione. Possiede la concentrazione di viti più alta d’Europa. Nelle Valli Bellicine l’ulivo è sempre stato presente, gli studi hanno dimostrato la più antica testimonianza di olio d’oliva sul nostro territorio, datata ben 2600 anni fa. In questo contesto, l’amore per l’agricoltura mi ha spinto a comprare dei terreni e la volontà di arricchire l’economia con l’agricoltura biologica è stato il motore della mia attività fin dall’inizio.

Poi l’idea del consorzio è nata per avvicinare le ostilità degli agricoltori che vivono la condizione di dover sottostare a prezzi imposti da altri. Ovviamente bisognava allettarli con una proposta vantaggiosa, e così iniziai a parlare loro di gruppi d’acquisto, mostrando l’evidente risparmio. Chiedevo loro: “perché pagate il 4% della cosiddetta mediazione? È pizzo”. In un territorio in cui l’illegalità è socialmente condivisa, è stato difficile far cambiare approccio. Io riuscivo a vedere chiaramente il mio obiettivo, quello che non ho visto sono stati i segnali, che poi hanno portato ai tragici eventi: battute, allusioni, minacce velate…

Nel giorno dell’inaugurazione del Consorzio di Tutela, alle 00.01 ho subito un attentato incendiario che ha distrutto la mia auto e bloccato l’uscita dalla mia abitazione, con mia moglie e mia figlia all’interno. Venni a sapere dagli inquirenti, inoltre, che i soccorsi erano stati depistati da un ulteriore incendio avvenuto nei pressi e così dovetti aspettare i vigili del fuoco provenienti da un paese molto più lontano. Quella stessa notte la squadra mobile di Trapani, guidata da Giuseppe Linares, mi chiamò: “Non ti sei reso conto del rumore che hai generato?”, mi dissero. Oggi si parla molto di più di frodi dell’olio d’oliva, gli inquirenti hanno dimostrato che in Italia si era mosso un traffico da milioni di euro. A seguito dell’attentato, però, il Consorzio ha perso 200 Aziende.

Cosa le ha dato il coraggio per portare avanti il suo progetto a seguito dell’attentato subito?

A seguito dell’attentato, mi sono dichiarato parte civile nel processo, cercandomi degli avvocati. Il mio obiettivo era contrastare i mafiosi inasprendo le loro pene, ma ero solo. Il sindaco, i rappresentanti del comune, le associazioni, nessuno si è fatto avanti. In tribunale eravamo soltanto io ed Enrico Colaianni, dell’Associazione Libero Futuro, di cui oggi sono il Presidente.

Non mi sono mai scoraggiato, mi ripetevo “Se hai fatto uno, devi fare dieci”. Con Libero Futuro ho accompagnato direttamente in tribunale decine di imprenditori, per denunciare i ricatti subiti nel corso della loro attività. Era difficile trovare sul territorio qualcuno che mi aiutasse, ma rispetto il diritto ad avere paura. Io ho reagito perché altrimenti mi sarei sentito complice. Dico sempre “probabilmente trent’anni fa la mafia mi avrebbe ucciso, a quindici mi ha bruciato la macchina, vale la pena combattere per il futuro”.

Quanto è difficile per un imprenditore agricolo del suo territorio portare avanti il lavoro senza cedere alle logiche mafiose?

È sicuramente difficile, ma ho dimostrato sulla mia pelle che non è impossibile. Le piccole storie di riscatto come la mia diventano oggi prorompenti e devono essere da esempio. Bisogna puntare ad avere un bollino etico in questo canale di commercio, dovrebbe essere la legalità a pagare gli imprenditori. Parlare di questo impone forza e responsabilità anche da parte del cliente: sono loro a dover trasmettere il coraggio a denunciare.

Pensate all’olio di palma: sono stati i consumatori a costringere le multinazionali a specificare la sua presenza all’interno degli alimenti e questo dimostra che la loro parola ha un peso importante. Sono i clienti a dover dire “amo comprare un prodotto eticamente valido”. Nella mia azienda agricola, persone da tutta Italia danno il loro contributo per un tipo di agricoltura sostenibile.

In cosa il suo olio si differenzia dagli altri?

Il mio approccio all’agricoltura sostenibile si può definire estremo: non esiste sfruttamento dei lavoratori, non esiste coltivazione intensiva, abbiamo aree libere per la biodiversità. Il mio olio è ricco di polifenoli e ha forti proprietà nutraceutiche. E poi ha un ingrediente segreto: contiene la vitamina L della legalità. In più, vuoi una news? L’università di Palermo sta studiando l’utilizzo che la nostra azienda fa dei microrganismi effettivi all’interno del terreno, che utilizziamo per produrre l’olio. Il vero segreto è il dialogo tra i vari elementi: l’ulivo cresce quando l’erba appassisce, in un equilibrio naturale.

L’olio d’oliva è il dono più grande che sia stato fatto all’uomo dagli dei. Si dice che lo abbia portato sulla nostra terra Atena, per nutrire, profumare, illuminare e anche curare. A tal proposito, ci tengo a sottolineare che il nostro olio ha la caratteristica di essere un fruttato medio, che si può utilizzare anche nei dolci. E così siamo in procinto di lanciare un nuovo prodotto per diabetici e celiaci, una sorta di gelato, con l’olio come unica base grassa, sfruttando la sua proprietà di solidificarsi con il freddo e quindi evitando l’aggiunta di latte o altri composti.

Hai in mente obiettivi futuri in campo di educazione alla legalità?

Dico sempre che il mio vero obiettivo riguardo l’associazione antiracket che gestisco è quello di poterla chiudere, perché vuol dire che non ce ne sarà più bisogno. In merito al lato personale, mi adopererò ancora di più sul fronte più scoperto e vulnerabile: il consumo critico. Portare avanti un’agricoltura sana, instaurare un buon rapporto con i clienti, non mi fa essere un venditore d’olio, ma un venditore di legalità.

La motivazione più grande dietro al mio lavoro è la speranza di poter seminare speranza e cambiamento. Ad esempio vorrei spingere i giovani a piantare sempre più alberi per ridurre la presenza di anidride carbonica, educarli al fatto che piantare non vuol dire solo ricevere frutti, ma raccogliere l’eredità di chi lo ha fatto prima di noi.

Perché, come diceva Ermanno Olmi: “Ci salveranno i contadini”.

 

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