(Agen Food) - Salerno, 13 giu. – Si è concluso con straordinaria partecipazione e successo…

Km 0: scelta etica o privilegio accessibile?
(Agen Food) – Roma 13 mag. – di Laura Caldara – C’è un’immagine che, negli ultimi anni, si è caricata di un significato che va ben oltre il semplice acquisto. È quella del mercato contadino del sabato. Colori, profumi, cassette di verdura con il cartello scritto a mano, pane ancora caldo e profumato, uova “come una volta”, il produttore dietro il banco che urla e racconta la storia della provenienza di ogni cosa. In quel contesto il cibo smette quasi di essere solo cibo. Diventa una dichiarazione, un ricordo, una storia da raccontare, un gesto che comunica attenzione, consapevolezza, persino un certo senso di responsabilità.
Da qui parte davvero il discorso sul chilometro zero. Perché oggi non è più solo un modo di fare la spesa. Oggi è diventato un simbolo, un modo per prendere posizione rispetto a un sistema alimentare percepito come distante: filiere lunghe, distribuzione industriale, prodotti tutti uguali, logica del massimo ribasso. Scegliere locale, per molti, significa sottrarsi a questo meccanismo, vuol dire preferire una stagione alla disponibilità continua, una faccia conosciuta a un’etichetta anonima, una filiera breve a una catena che attraversa mezzi continenti.
Il punto, però, si complica appena si esce dalla superficie. Perché non basta chiedersi se il km 0 abbia senso, spesso lo ha. La domanda vera è un’altra: quanto è davvero accessibile? E soprattutto: resta una scelta concreta per tutti o rischia di diventare un’abitudine sostenibile solo per chi ha già tempo, strumenti e margini economici per permettersela?
La questione, in fondo, è questa: il km 0 è una pratica intelligente, ma rischia di trasformarsi in un privilegio simbolico quando viene vissuto come stile di vita individuale invece che come possibilità strutturale garantita a tutti.
Anche il quadro normativo mostra che non stiamo parlando di un concetto vago o di una moda. La legge n. 61 del 2022 (testo normativo) definisce come prodotti a chilometro zero quelli provenienti da luoghi di produzione e trasformazione situati entro 70 chilometri dal luogo di vendita o comunque nella stessa provincia. La documentazione della Camera chiarisce inoltre che la “filiera corta” è quella in cui il passaggio tra produttore e consumatore avviene senza intermediari o con un solo intermediario, e stabilisce che i comuni riservino almeno il 30% delle aree mercatali alla vendita diretta di prodotti a km 0 o a filiera corta.
Questo dettaglio cambia molto la prospettiva: significa che il km 0 non è solo un’idea culturale, ma una categoria riconosciuta dal diritto e sostenuta da una precisa scelta pubblica.
I vantaggi, del resto, non mancano. Il portale istituzionale Frutta e verdura nelle scuole sottolinea che i prodotti a km 0 “hanno in genere un prezzo contenuto”, grazie ai minori costi di trasporto, alla riduzione dei passaggi commerciali e al fatto che spesso chi vende è lo stesso che produce. La stessa fonte collega questi prodotti a maggiore freschezza e a un rafforzamento del rapporto con il territorio.
Anche i numeri mostrano che il fenomeno non è marginale. Secondo Coldiretti, la rete di Campagna Amica conta 10mila aziende, 1200 mercati contadini, genera un valore di circa 4 miliardi di euro e raggiunge 15 milioni di consumatori. È bene distinguere: il primo dato proviene da una fonte istituzionale, il secondo da un’associazione di categoria; quindi è utile e verificabile, ma non coincide con una rilevazione statistica ufficiale.
Ed è proprio qui che si apre la frattura. Perché riconoscere che il km 0 può avere vantaggi economici e qualitativi non significa automaticamente che sia una scelta facile per chiunque. In un Paese in cui Istat stima, per il 2024, oltre 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta e più di 5,7 milioni di persone coinvolte, il tema del cibo non riguarda solo i valori, ma la concreta possibilità di scelta.
E bisogna dirlo con chiarezza: il km 0 non diventa “lusso” solo quando costa di più. Diventa lusso quando richiede condizioni che non tutti possiedono.
Serve tempo, per andare al mercato in giorni e orari precisi, invece di fermarsi al supermercato sotto casa dopo il lavoro. Serve mobilità, un’auto, o almeno collegamenti comodi. Serve una certa alfabetizzazione alimentare, saper leggere etichette, riconoscere stagionalità, pianificare i pasti. Serve flessibilità nella routine quotidiana. Insomma, il prezzo non è l’unica barriera, spesso è solo la più visibile. Dietro c’è tutto un insieme di condizioni che rendono una scelta possibile per alcuni e impraticabile per altri.
Sul piano ambientale, il discorso resta solido. La Commissione europea, riprendendo uno studio pubblicato su Nature Food (studio completo), ricorda che il trasporto incide per circa il 19% delle emissioni complessive del sistema alimentare globale. Questo significa che la distanza conta davvero. Ridurre i chilometri percorsi non è un dettaglio di marketing.
Ma proprio quel dato aiuta anche a ridimensionare il mito. Se il trasporto pesa per il 19%, allora oltre l’80% del problema ambientale dipende da altro: produzione agricola, energia, refrigerazione, stoccaggio, packaging, sprechi. Il km 0 può aiutare, ma non basta da solo a rendere sostenibile un sistema.
Ed è qui che il mercato si muove rapidamente. Ogni volta che un valore etico conquista consenso, diventa anche uno strumento commerciale. È successo anche con il km 0. Oggi lo si ritrova nelle linee premium dei supermercati, nei menù dei bistrot, nel linguaggio dei ristoranti, nelle confezioni curate che evocano autenticità e tradizione. Funziona perché rassicura. Perché permette al consumatore di sentirsi parte della soluzione. E quando qualcosa offre anche un sollievo morale, il marketing lo trasforma in racconto.
Ecco perché la questione non è stabilire se il km 0 sia “vero” o “falso”. Il punto è capire come viene utilizzato. Può essere una scelta concreta per sostenere reddito agricolo, biodiversità, trasparenza e freschezza. Oppure può trasformarsi in un’etichetta distintiva, una forma di eleganza etica, un simbolo di appartenenza a un certo stile di consumo. Quando accade questo, il chilometro zero smette di essere politica alimentare e diventa segnale di status.
Ed è il nodo più difficile da affrontare. Perché se davvero il cibo locale ha un valore ambientale, sociale e territoriale, non può restare confinato ai mercati più curati dei centri storici, alle famiglie che sanno orientarsi, ai ristoranti che trasformano il nome del produttore in parte dell’esperienza. Dovrebbe entrare nelle mense scolastiche, nei quartieri periferici, nella distribuzione ordinaria, nei supermercati di prossimità, nelle scelte urbanistiche e logistiche delle città.
Altrimenti il messaggio implicito è semplice e problematico: mangiare in modo più giusto è possibile, ma soprattutto per chi ha già i mezzi per scegliere.
Forse allora il vero conflitto non è tra etica e profitto. È tra due idee diverse di etica.
Da una parte, l’etica come pratica diffusa: una possibilità allargata, accessibile, sostenuta da politiche. Dall’altra, l’etica come distinzione: un segno di appartenenza, una reputazione da esibire. Tra un km 0 che redistribuisce davvero valore e un km 0 che redistribuisce soltanto immagine.
Sarebbe però sbagliato liquidare tutto come snobismo. Sarebbe una semplificazione opposta e altrettanto sterile. Quando funziona bene, il km 0 può essere una risposta seria a un sistema alimentare lungo, fragile e impersonale. Ed è proprio perché il principio è valido che andrebbe sottratto alla logica della sola virtù privata.
Forse la domanda iniziale va rovesciata.
Non più: il km 0 è una scelta etica o un lusso per pochi? Ma: vogliamo che resti una scelta individuale di consumatori consapevoli, oppure siamo disposti a trasformarlo in un accesso reale anche per chi oggi non ha tempo, soldi o opportunità per praticarlo?
È qui che si misura la credibilità dell’idea. Non in quanto ci fa sentire migliori. Ma in quanto riesce, davvero, a rendere il cibo migliore e più accessibile per tutti.
