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Grassi saturi sono dannosi? Competere sfata i miti per una sana alimentazione
(Agen Food) – Roma, 25 mar. – I grassi saturi sono davvero dannosi per la salute? Quale il giudizio sull’olio di palma, tornato improvvisamente ad essere richiesto per produrre i nostri cibi e criticato in passato per il suo apporto in termini di saturi? Queste le domande a cui ha voluto rispondere la roundtable Saturated Fats, debunking the myth, organizzata da Competere, think tank europeo impegnato a sviluppare idee di policy sostenibili e titolare della maggiore piattaforma di discussione scientifica sulla sustainable nutrition in Italia.
A parlarne sono stati il Prof. Francesco Visioli, Professore in Human Nutrition all’Università di Padova, e il Dr. Kalyana Sundram, consulente del CPOC – Council of Palm Oil Producing Countries con un’esperienza di oltre 40 anni nelle materie legate alle proprietà degli oli e dei grassi nell’alimentazione, oltre al Fondatore e Presidente di Competere Pietro Paganini.
Durante la discussione si è messa in luce la necessità di valutare la complessità del panorama degli acidi grassi insaturi, una categoria molto eterogenea che comprende effetti metabolici diversi tra loro. Sfatando quindi i falsi miti che tendono ad etichettare l’intera categoria dei grassi saturi come dannosi per la salute per il loro effetto sulle concentrazioni di colesterolo LDL, il più importante fattore di rischio cardiovascolare, generalizzando considerazioni sollevate prevalentemente per i saturi di origine animale.
“In Italia ed in Europa la maggior proporzione di grassi saturi dietetici deriva infatti dai prodotti lattiero-caseari, il cui consumo ha effetti neutri o moderatamente benefici sulle patologie cardiovascolari, mentre le diete ricche di carne in altri Paesi complicano la possibilità di isolare le proprietà di questi componenti rispetto all’alimento nel suo complesso. Dopo decenni di ricerche possiamo concludere che consumare grassi saturi all’interno di un’alimentazione equilibrata non abbia ripercussioni nocive sulla salute e che siano necessari altri studi per chiarire le proprietà fisio-patologiche di questa categoria” – ha affermato il Prof. Francesco Visioli.
Queste evidenze sono tanto più importanti nell’attuale contesto, caratterizzato da una forte tensione nel mercato delle materie prime alimentari che ha portato molti operatori a riversarsi nuovamente sull’olio di palma, in precedenza sostituito dall’olio di girasole anche per il suo apporto in termini di acidi grassi saturi. Basandosi sulla letteratura scientifica, si è concluso come non vi siano componenti specifiche dell’olio di palma capaci di determinare effetti negativi sulla salute, oltre alla sua neutralità sul metabolismo del colesterolo. Considerazioni confermate in passato dalle pubblicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e del CREA – Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione, che sottolineano come l’apporto dell’olio di palma all’assunzione degli acidi grassi saturi sia marginale e soprattutto come sia concettualmente sbagliato etichettare un alimento come positivo o negativo senza inquadrarlo nel contesto di una dieta globale.
“Dovremmo essere orientati a garantire un approccio etico all’alimentazione, guardando a ciò che è meglio per il consumatore. Sfatiamo miti come l’intrinseca dannosità del colesterolo: la sua concentrazione nel sangue dipende in minima parte dall’alimentazione ed è importante per le nostre funzionalità metaboliche. Oppure i grassi saturi, diminuiti in molti cibi per attrarre i consumatori. Per questo le aziende hanno abbandonato l’olio di palma, ma ora abbiamo elementi scientifici per dire che dal punto di vista nutrizionale i grassi in esso contenuti non sono di per sé cattivi: dobbiamo parlare sempre di quantità e qualità del cibo” – ha affermato il Dr. Kalyana Sundram.
“La discussione sui grassi saturi ci porta a sfatare miti che, per questioni ideologiche o commerciali, troppo spesso rischiano di confondere i consumatori, portando a contraddizioni come quelle che vediamo in questi giorni relative al ritorno all’olio di palma. La ricerca ha confermato come non vi siano elementi scientifici che condannino l’olio di palma: qualsiasi tentativo di etichettarlo come buono o cattivo tout court ci allontana dalla capacità di fornire ai consumatori informazioni serie, affidabili e scientificamente provate per scegliere la propria alimentazione in maniera sostenibile” – afferma Pietro Paganini, Presidente e Fondatore di Competere.
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