(Agen Food) – Roma, 10 dic. – di Rosalba TeodosioOscar La Rosa, proprietario del locale “Vale la pena”, è dottore in Scienze Politiche dal 2017, con una tesi dal titolo “La rieducazione del detenuto attraverso il lavoro in carcere”. Un’informazione, questa, che non solo è indispensabile per capire il percorso dell’imprenditore 34enne, ma è la prima che si riceve entrando nel locale di via Eurialo 22, a Roma, tra l’Appia e la Tuscolana.

La prima informazione, insieme ad altre mille scritte ovunque sulle pareti di gesso. “Ogni cosa prodotta in carcere ha un valore aggiunto, quello del riscatto sociale e della scommessa su se stessi, è un prodotto di qualità e valori”. “Chi sconta la pena in carcere ci torna 70 volte su 100. Chi è inserito in progetti lavorativi ci torna solo 2 volte su 100”. “Carcere è l’anagramma di cercare”. “Nun ve fate beve, ve famo beve noi”. “I prodotti dell’Economia Carceraria sono buoni e di qualità, perché fatti con orgoglio da persone che con essi correggono traiettorie di vita diminuendo recidiva e reati”. “Birre ad alto contenuto di valori”.

La storia di “Vale la pena” è la storia di uno studente che si iscrive tardi all’università, dopo aver lavorato per anni come manager nel settore culturale, ancora giovanissimo. E che all’improvviso, a 25 anni, sente il bisogno di riappropriarsi del suo tempo, investendo su se stesso e sullo studio. Si iscrive all’università e per cinque anni, pur essendo romano, vive insieme ai fuorisede la vita studentesca, notte e giorno. E’ proprio alla Luiss, grazie a una casuale esperienza di volontariato presso l’associazione “Semi di libertà”, che conosce il sistema carcere e le persone “dietro le sbarre”.

Oscar, come nasce “Vale la pena”?

Nasce da un progetto avviato dall’Associazione “Semi di libertà” nel 2014, con l’obiettivo di contrastare la recidiva, ovvero evitare che, quando escono dal carcere, le persone tornino a commettere reati. Esistono vari strumenti, uno dei principali è il lavoro: professionalizzare le persone. “Semi di libertà” decide quindi di dar vita a un micro birrificio all’interno dell’istituto agrario Sereni in zona Bufalotta, dove coinvolgere i ragazzi di Rebibbia. Nasce così la birra “Vale la pena”, che dà il nome anche al pub aperto l’11 ottobre nel 2018. Il birrificio purtroppo chiuderà dopo poco, ma il pub è rimasto in piedi e si è rinnovato dopo essere stato acquisito da “Economia Carceraria”, che ho fondato insieme a Paolo Strano e che ha come mission la valorizzazione, la vendita e la diffusione di prodotti artigianali realizzati in carcere. “Vale la pena” oggi dà voce a tutto questo.

Di quali prodotti parliamo?

Non solo di birra, parliamo di una serie di produzioni gastronomiche ma anche tessili che vengono realizzate da cooperative sparse su tutto il territorio nazionale, in varie carceri dal Piemonte alla Sicilia alla Puglia. I prodotti sono strettamente connessi al territorio: taralli pugliesi, pasta siciliana, caffè, frutta secca, confetture, miele… Oggi rappresentiamo circa 25 cooperative legate a questo mondo. Era importante per noi avere un luogo fisico dove le persone potessero degustare questi prodotti e “Vale la pena” è questo, anche se con l’avvento del covid abbiamo investito nel commercio elettronico, dando così la possibilità di acquistare attraverso il nostro sito (www.economicarceraria.com). Diamo la possibilità di comporre confezioni regalo con prodotti a scelta.

Come ti sei finanziato inizialmente?

Ho iniziato con il microcredito, Unicredit infatti ci ha concesso un prestito di ventimila euro.

In quanti lavorate a “Vale la pena”?

Siamo in 4, e con noi c’è un ragazzo che si trova in esecuzione penale esterna, che ci è stato “affidato”. Siamo riusciti a fargli ottenere un corso di due mesi da bartender offerto gratuitamente da Bacardi, che abitualmente seleziona ragazzi con difficoltà economica o con disagio sociale e li forma. Un importante passo verso il mondo del lavoro.

Cosa vuol dire per te lavoro?

Sono convinto che il lavoro debba avere due requisiti fondamentali: deve avere una retribuzione e, come insegna la Costituzione, deve partecipare al progresso materiale o spirituale della società. Se intendi il lavoro come servizio alla società e se sei capace di trasmettere questo concetto anche, per esempio, a un tossicodipendente, allora gli dai il via per una riflessione profonda su come lui si pone nei confronti della società. Prima di questa esperienza, io ero certo che il lavoro fosse l’unico strumento di reinserimento, l’unica possibilità di abbattere tutti i mali sociali. In questi anni ho incontrato però ragazzi per i quali il lavoro, inteso come lo intendiamo noi e cioè essenzialmente retribuito, non è la scelta migliore in quel particolare momento della loro vita. Queste però sono riflessioni che riesci a fare solo dopo quattro anni di lotta giornaliera sul campo.

Cosa ti dà questo lavoro?

Mi dà la storia delle persone, mi dà la possibilità di aiutare gli altri e di lavorare al servizio della società.

Cosa dai tu alla società?

Do pochissimo. Quello che vorrei dare e che sto provando a dare è una seconda possibilità alle persone che si trovano in carcere, una società più sicura, con meno reati, un progresso nel sistema della pena, un incentivo alle imprese ad aprire gli occhi nei luoghi dove pensiamo che non ci sia potenziale. In carcere c’è potenziale. Io sono una sola persona, sono pochissimo, ma aiutando 25 cooperative a vendere prodotti consentirò a loro di aumentare il fatturato e quindi di assumere altri detenuti.  

Ci sono progetti in fase di realizzazione?

Stiamo per dare vita a un bollino di certificazione: PEC, Prodotto in Economia Carceraria. Vuol dire che in quel prodotto c’è il lavoro di persone che si trovano in esecuzione penale, che stanno affrontando una pena, dentro o fuori dal carcere.

Quello che fai oggi è quello che hai sempre sognato di fare?

No, non avevo dei progetti particolari. Ma se oggi mi guardo indietro riesco a mettere insieme tutti i puntini e a tracciare un disegno, tutte le casualità, tutte le persone, gli incontri che mi hanno portato fin qui. La tesi lì all’ingresso non è messa per vanità, ma per mostrare che davvero si può realizzare ciò in cui si crede, fare ciò per cui si studia.

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