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Caffarel, il cioccolato è amaro rischiano il posto 90 lavoratori

(Agen Food) – Roma, 04 giu. – Fonte: Quotidiano La Stampa pag. 16. Diventa amaro anche il cioccolato in questa crisi post Covid. Affonda nelle casse vuote dei bar chiusi, oppure al lavoro al trenta per cento. E anche il «Gianduiotto» non va più: e dirlo qui, in Piemonte, a Torino dove è nato, è quasi un’eresia. Eppure è proprio così. Caffarel, forse la più longeva – e fino all’altro ieri solida – azienda cioccolatiera delle valli Valdesi del Piemonte non alza bandiera bianca ma poco ci manca. I fatturati – specialmente in quest’ultimo anno – sono crollati, i costi sono rimasti identici, e gli incassi si sono ridotti all’osso. Per tante ragioni. La prima è la chiusura – per lockdown – dei bar e delle caffetterie, rete di distribuzione privilegiata dalla società, entrata da qualche anno nell’orbita del gruppo elvetico Lindt. «Perdite ingenti» sussurra chi sa. Tanto che sul tavolo dell’Unione industriale di Torino ci sarebbe – dicono da qualche giorno – un piano per tentare di rimettere in sesto la società. Ed è tutt’altro che un carezza. Ieri pomeriggio la comunicazione ufficiale: 1’8 giugno c’è un’assemblea per spiegare ai lavoratori quanto zucchero è sparito dal cioccolato. Il primo passo sarà la cassa integrazione straordinaria – a partire già dalle prossime settimane e che interesserà un congruo numero dei 320 dipendenti di questa azienda che a Luserna San Giovanni ha il suo quartier generale. Quanto durerà l’ammortizzatore sociale? Un anno, forse poco più: il tempo, cioè, di provare a rimettere in sesto l’azienda, il tempio di far scelte sul tipo di produzione su cui investire (tagliando magari settori meno redditizi o che sono addirittura fonte di perdita) rinnovando il modo di lavorare. Quel che è certo è che prima dell’estate del 2022 Caffarel deve provare a rimettere a posto i conti. Il guaio, in realtà, è ancora più grosso. Perché – se da un lato la cassa straordinaria potrebbe sostituire la cassa Covid, senza provocare grossi traumi – dall’altro c’è un futuro nero. Con novanta esuberi: metà dei quali da limare dagli organici degli amministrativi e metà dalle linee di produzione. Con un impatto (quasi) senza precedenti sull’economia della valle. A farne le spese rischia di essere la parte più debole dei lavoratori, cioè la componente femminile. Fughe in avanti con lo sblocco dei licenziamenti? Per il momento sembra che nessuno abbia interesse a farle. Semmai la questione più dibattuta è quella che interessa i rapporti economici esistenti tra Caffarel e la casa madre Lindt che, negli anni, avrebbe incassato dallo stabilimento torinese una congrua fetta di utili. E c’è chi ricorda la storia della Streglio, drasticamente ridimensionata dopo la crisi economica dei primi anni 2000. —
Caffarel rischia la chiusura

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