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Minne di Sant’Agata, il dolce salato del ristorante Coria
(Agen Food) – Caltagirone(CT), 04 mar. – di Massimiliano Cinque – Sicilia, landa incontrastata di fusioni artistiche e culturali, crocevia di greci, arabi, normanni e cristiani. Luogo di altalenante rispetto, di ricerca identitaria; culla di specialità enogastronomiche da far invidiare intere nazioni. Piazze di devozione, vicoli di ricordi, vie di smisurata grandezza letteraria. Palestra di innovazioni.
Francesco Patti e Domenico Colonnetta, chef del ristorante Coria di Catania sono figli di questa innovazione. La loro cucina è un ponte tra passato e presente, un tributo alla tradizione con uno sguardo rivolto al futuro. Tra le loro creazioni spicca una reinterpretazione audace di un dolce storico catanese, le Minne di Sant’Agata, trasformate in una versione salata che ne esalta la memoria e il significato.
Sant’Agata, protettrice di Catania, la “Santuzza”, è l’anima della città alle pendici dell’Etna. Ogni febbraio, le celebrazioni in suo onore si protraggono per giorni, tra solenni processioni e un fervore popolare che attraversa le strade. La sua storia è un emblema di fede e sacrificio: martire cristiana nel periodo di transizione dal paganesimo, Agata fu vittima delle avances di un prefetto locale. Il suo rifiuto le costò il carcere e la tortura, fino a subire il crudele martirio della mutilazione del seno. La leggenda narra che San Pietro, attraverso un miracolo, ne guarì le ferite, ma la barbarie dell’uomo non conobbe limiti: il 5 febbraio 251 d.C., la giovane venne trascinata sui carboni ardenti, trovando la morte.
Santità, folklore e prelibatezza: tre elementi che definiscono le Minne di Sant’Agata, un dolce dalle radici forse pagane. Secondo alcuni storici della gastronomia, il “culto delle minne” potrebbe derivare da due antiche tradizioni: il culto di Iside, legato alla fertilità, o le Tesmoforie greche, durante le quali si preparavano torte a forma di seno con sesamo e miele in onore di Demetra, dea del raccolto.

Le minne, “rotonde e morbide come seni, succulente di ricotta, dolci al morso tanto da sembrare impudiche, con il capezzolo candito, bianche come l’Etna”, sono un simbolo della memoria collettiva. Al ristorante Coria, celebre per la sua cucina raffinata e territoriale, questo dolce è stato reinterpretato in chiave salata, mantenendo vivo il legame con la storia e traslandolo nel linguaggio della cucina contemporanea.
Non un semplice esercizio di stile, ma un piatto che racchiude la filosofia del ristorante: rispetto per la tradizione, valorizzazione degli ingredienti locali e ricerca di nuovi equilibri gustativi.
La seppia ripiena con il suo nero rievoca il mare siciliano, mentre la spuma di patate aggiunge cremosità e delicatezza. Il croccante di lenticchia introduce una nota di texture, e il limone candito dona freschezza e contrasto. Un piatto che danza tra terra e mare, tra memoria e innovazione.
Oggi, il cibo è sempre più strumento di comunicazione e identità. Reinterpretare un’icona come la Minnuzza di Sant’Agata significa custodire la tradizione proiettandola nel futuro. Il lavoro degli chef di Coria è la dimostrazione di come la cucina possa essere atto di devozione, gesto creativo e ricerca del gusto, tutto in un unico piatto.
E se la versione dolce continuerà a raccontare la storia della santa ai fedeli e ai golosi, quella salata scrive una nuova pagina, fatta di innovazione e rispetto. Un piatto da gustare con la mente, il cuore e il palato, certi che il Principe di Salina non invocherà più il Sant’Uffizio per proibirlo.
