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Museo del Salame Felino: storia, tradizione e architettura antica
(Agen Food) – Felino (Pr), 14 ott. – Il primo documento relativo al salame rintracciato a Parma risale al 1436, quando Niccolò Piccinino, al soldo del Duca di Milano, ordinò che gli si procurassero “porchos viginti a carnibus pro sallamine”, ovvero venti maiali per far salami.
È uno dei documenti che si incontrano durante la visita del Museo del Salame Felino, testimone del rapporto privilegiato instaurato nel tempo tra il prodotto unico che conosciamo e il suo territorio d’origine: dal bassorilievo scolpito nel XII secolo da Benedetto Antelami nel marmo rosa del Battistero, alle cronache dei sontuosi banchetti di Corte d’epoca rinascimentale.
Il nuovo allestimento del Museo del Salame Felino, in via Carducci 11 a Felino, è ospitato nei suggestivi spazi restaurati di una antica corte rustica del XIV secolo. Il Museo è dotato di percorso LIS per le persone sorde che consentirà loro di fruire pienamente e in totale autonomia, di ogni sezione.
Organizzato in sette sezioni, il percorso di visita inizia con le testimonianze storiche e archeologiche del territorio e del rapporto tra Felino, l’allevamento del maiale e il suo prodotto-simbolo.
Presenta anche il Consorzio di tutela, sorto per garantire la qualità del prodotto, insignito nel 2012 dell’IGP – Indicazione Geografica Protetta – dalla Comunità Europea e la vasta tradizione dei salami d’Italia, consultabile attraverso uno schermo interattivo ricco di stimoli e suggestioni.
Nella sala grande si trova la sezione relativa a norcineria e produzione casalinga dell’insaccato, con un’ampia rassegna di oggetti appartenuti ai norcini e alle famiglie contadine del territorio. La piccola cantina permette di conoscere il salame in persona, attraverso il tratto inconfondibile di Benito Jacovitti.
La nicchia dell’antico focolare della casa torre ci presenta, invece, la storia del tritacarne, progettato dal marchese Karl Drais, famoso per avere inventato anche il velocipede. A fianco anche alcune curiosità legate al salame, dai soldati del Ducato di Parma, detti “salamari” perché più impegnati a mangiar salami che a combattere, al ministro Du Tillot, marchese d’un pays de saucissons – di un paese di salami, alla figura del norcino che con tabarro e bicicletta tagliava la nebbia invernale per spostarsi nelle fattorie per la “maialatura”.
La sala successiva è dedicata alla gastronomia e alla evoluzione delle modalità di consumo del salame – presente in prestigiosi banchetti di famiglie nobili padane perché considerato storicamente il più prezioso dei salumi grazie alla presenza del pepe in grani nel suo impasto – e alla evoluzione della tecnologia di produzione dalle origini fino ad oggi. Le immagini ci raccontano di un paese dedito, fra Otto e Novecento, alla trasformazione e alla produzione del salame. Vi è anche spazio per raccontare il commercio e la comunicazione del salame nel tempo e un singolare esempio di integrazione tra produzione e consumo in una azienda agricola del XVII secolo. Alcuni QR-Code permettono di ascoltare direttamente storie e racconti.
Concludono il percorso alcune toccanti testimonianze in video che raccontano storie ed esperienze dei norcini e le moderne tecnologie di produzione, ancora fedeli alla ricetta originale.
Il museo rappresenta un’occasione per far conoscere e apprezzare non solamente l’essenza del Salame Felino, ma il territorio e la comunità di cui è espressione, a partire dalla qualità delle materie prime, verificata dal Consorzio di Tutela del Salame Felino IGP, fino alla sapienza delle mani che continuano ancor oggi a produrlo.
Quello che oggi appare come una grande costruzione a due falde in origine era una corte medievale, databile verosimilmente al XIV secolo, costituita da una casa torre e da un rustico con fienile e stalla. Riadattata nel XVIII secolo in un unico corpo, come oggi appare, ha ospitato per decenni la farmacia e alcuni negozi.
L’edificio che ospita il Museo del Salame di Felino rappresenta un esempio da manuale di quella disciplina che viene definita archeologia dell’architettura. Infatti, nella sua lunga storia, questo casamento ha avuto diverse funzioni e cambiamenti di utilizzo fino alla sua recente destinazione d’uso come farmacia e spazio commerciale. Tutte queste modificazioni ne hanno segnato, per così dire, il volto.
La facciata reca infatti i segni di questa stratigrafia in elevato. Per tracciarne la storia, una disamina delle differenti murature presenti sulla facciata, coordinata a una lettura della pianta, ha evidenziato diverse fasi edilizie legate tra di loro da rapporti di anteriorità e posteriorità.
Fase 1 (sec. XIV) – Si riconosce un più importante casamento a pianta quadrata, che denota un forte sviluppo in altezza e termina senza mostrare l’imposta del sottotetto.
In questo primo edificio è possibile riconoscere quello che potremmo definire una casa-torre, tipicamente basso medievale, molto diffusa nella campagna fra Trecento e Quattrocento. Spesso questi edifici erano completati da una parte terminale, costruita a volte in legno in aggetto sul corpo sottostante in muratura, e coperta di piagne.
Questo edificio doveva essere il centro di una corte agricola, probabilmente destinato alla casa-torre padronale.
A fianco, a poca distanza in affaccio sulla corte, sorgeva un edificio più piccolo, coperto a doppio spiovente. Possiamo immaginarlo ricoperto di paglia con un unico ambiente al primo piano, che corrispondeva al sottotetto, caratterizzato dall’apertura a finestrella, che nella sua tipologia tradisce le caratteristiche delle decorazioni architettoniche presenti proprio fra Trecento
e Quattrocento, così come la tipologia di muratura è riscontrabile in questo stesso periodo nelle aree vicine. L’accesso, visibile nella fiancata destra, era raggiungibile al primo piano con una scala o balconata di legno. Sempre qui vediamo un’apertura al pian terreno, variamente rimaneggiata, che doveva introdurre a un locale utilizzato come piccola stalla.
Fase 2 (fine XVIII sec.) – Sul finire del Settecento si colloca l’unione dei due edifici in un unico grande complesso, ampliato da una piccola integrazione verso ovest, stravolgendo completamente l’architettura interna degli spazi.
Questo si nota nell’articolazione della pianta e, in facciata, con l’apertura di nuove finestre rettangolari di ampie dimensioni completamente disconnesse dallo sviluppo precedente.
L’edificio ospita, nei vani occidentali al piano terreno, la storica osteria di Felino.
La nuova situazione è documentata dal catasto cessato che rappresenta ormai un unico edificio.
Fase 3 (fine XIX – inizio XX sec.) – Ulteriori modificazioni cambiano ancora il volto della casa portando alla ridefinizione interna degli spazi, alla chiusura delle finestre settecentesche e all’apertura, nella seconda metà dell’Ottocento o nei primi anni del Novecento, delle finestre che tuttora si vedono.
Due grandi aperture sottostanti permettono l’accesso dalla strada e danno l’idea di un edificio oramai completamente slegato dalla sua funzione residenziale- produttiva e più adatto ad inserirsi nel tessuto urbano di un paese in crescita come la Felino dei primi del Novecento.
Fase 4 (1985) – Il restauro dell’immobile, curato dall’Architetto Paolo Giampietri (1954-) porta a scoprire nel 1985 le murature originarie, ancora intonacate negli anni Settanta del Novecento e, attraverso la rilettura delle varie fasi, a ridisegnare gli accessi e le funzioni interne.
Rimane un esempio fra i pochi oggi visibili non intonacati e conservati di edilizia basso medievale nella fascia pedecollinare. Per questo si presta ad essere contenitore di pregio per il percorso espositivo dedicato al Salame di Felino, protagonista da secoli, in queste terre, dell’economia rurale.
