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Ristorante 4112, il tocco marino di Lele Usai
(Agen Food) – Roma, 24 giu. – di Massimiliano Cinque – In riva al Tevere, dove l’acqua si placa e le barche, stanche di cavalcare i venti del Tirreno, trovano finalmente un approdo quieto, c’è un angolo nascosto dove il tempo rallenta e il palato si rasserena. Qui, il verde di un prato ordinato s’incontra con palme dal respiro esotico, e una ringhiera bianca, che sembra mutare colore col riflesso del sole, separa con garbo il ristorante dalle acque tranquille della darsena.
Sulla terrazza luminosa, i tavolini attendono discreti, apparecchiati con sobria eleganza: toni beige che si accordano con il blu marino, come sabbia e cielo in un dipinto ben calibrato. È il benvenuto del 4112, un luogo che ha il garbo di non ostentare, ma di accogliere.
Siamo a Fiumicino, nel cuore dello Yacht Club Nautilus. Al piano terra si trova il 4112, al piano superiore Il Tino, ristorante stellato. Entrambi portano la firma, anzi l’anima, dello chef Daniele Usai, detto Lele. Un uomo che ha fatto della cucina non solo una professione, ma una voce. La sua formazione è una mescolanza sapiente di scuole e intuizioni: sotto l’ala nobile di Gualtiero Marchesi e poi lungo rotte internazionali, da Londra a San Francisco. Là, tra culture diverse e sapori lontani, Lele ha saputo fondere elementi in apparenza inconciliabili, come fa un bravo artigiano che scopre una nuova lega tra i metalli.
Ha studiato il mare, non solo nei suoi pesci ma anche nei suoi silenzi. Mitili, alghe, spezie, accenti lontani: una tavolozza che sa usare con rigore e poesia. E così, non solo ha conquistato la stella Michelin, ma è diventato un riferimento per la cucina di mare, un faro che orienta senza abbagliare. E, con coraggio raro, anche una voce contro le storture contemporanee, come la moda misera dello “scrocco digitale” di certi sedicenti influencer.
Sono tornato al 4112 per un pranzo in famiglia. Ho prenotato con quella sicurezza che si ha quando si vuole far bella figura — e il risultato ha superato, e non di poco, ogni aspettativa. In meglio, naturalmente.
Il diario di bordo, come le correnti del mare, è stato imprevedibile e stagionale. L’inizio — affidato con garbo a una gamberina minuta e a piccoli totani in frittura — era già un invito alla leggerezza. I crostacei accompagnati da spicchi di limone fresco, di quelli veri, con la buccia profumata che sa di sole e orto; i molluschi, invece, danzavano accanto a una confettura agrodolce di cipolla rossa, quasi a rievocare un’antica ricetta domestica.
La frittura? Perfetta. Dorata, asciutta, croccante. L’olio non si percepiva, né al palato né al ricordo. Segno che la brigata di cucina, quella che lavora nell’ombra ma con disciplina e onore, conosce il mestiere.

Poi è venuto il sauté di cozze, ma non nella sua forma canonica — olio, prezzemolo, aglio e pepe — bensì in una sorprendente versione Thai, con latte di cocco, bambù e lime. Un piatto che invita al confronto, alla riflessione: provatelo accanto a quello tradizionale e capirete quanta strada si può fare partendo dallo stesso punto. Le cozze, va detto, erano freschissime, carnose, vive di mare.



Tra gli altri antipasti, da segnalare con entusiasmo il prosciutto di ricciola — perché sì, lo chef Lele è anche un raffinato conoscitore dell’arte della frollatura ittica — servito con melone, in un’armonia che pare nata dalla pazienza di un giardiniere. E poi una panzanella con polpo verace, dove il sapore pieno del pane bagnato si sposa con la tenacia del mollusco. Entrambi piatti consigliatissimi, anzi, obbligatori.
I primi, poi, un’esplosione calibrata di sapori. Gli spaghetti con le vongole, proposti nella loro versione essenziale — pura, integralista — e in quella più audace, dove la bottarga porta un’eco marina più persistente. Entrambe le varianti erano fresche, sincere, senza una sbavatura.
E poi, le mezzemaniche “soqquadre” Verrigni con ragù di moscardini: piatto intenso, vero, da scarpetta obbligatoria con l’ottimo pane fatto in casa. A seguire, un risotto alla crema di gamberi rosa, carezzevole e persistente, e un cous cous freddo con gazpacho e crudità di mare — piatto d’estate, che ha il sapore dell’attesa felice al ritorno dal bagno.
Noi ci siamo fermati qui, soddisfatti e grati, ma il diario di bordo del 4112 — aggiornato ogni giorno dallo chef come un comandante scrupoloso che registra avvistamenti e venti — continua a proporre piatti fuori carta, legati al pescato del giorno, come si usava nei porti veri, quelli di una volta.
La carta dei vini, sobria ma centrata, propone bianchi regionali perfetti per accompagnare i piatti di mare, con una selezione ben pensata di bollicine, rossi leggeri e rosati. Senza orpelli, ma con consapevolezza.
Il prezzo? Un colpo di classe. In un litorale dove spesso si servono piatti surgelati a caro prezzo e fritture gommose senza amore, il 4112 si distingue per qualità reale, servizio attento e quella sensazione rara e preziosa di essere coccolati, senza sentirsi mai fuori posto.
